La fine di Oak Street

Il deludente ritorno di David Robert Mirchell

di EMILIANO BAGLIO 22/08/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Ci sono voluti 8 anni prima che David Robert Mitchell tornasse alla regia dopo il noir metafisico (definizione nostra) di Under the silver lake.

Purtroppo, come si suol dire, la montagna ha partorito un topolino.

Il nostro, da parte sua, assicura che La fine di Oak street fosse un progetto accarezzato da tempo eppure, nonostante Mitchell sia anche l'autore della sceneggiatura, l'impressione è che il film sia più figlio della poetica del produttore J. J. Abrams, della sua passione per gli anni '80 e della sua adorazione per Steven Spielberg già ampiamente "omaggiato" in Super 8 (2011).

L'atmosfera è proprio quella di titoli di quell'epoca e tutto grida anni '80 a gran voce a cominciare dalla colonna sonora tra Cars e Roxy music.

La Oak street del titolo è il classico sobborgo americano con le villette a schiera, i bambini che vanno in bicicletta e le grigliate di gruppo con i vicini.

Al centro della vicenda ovviamente c'è la tipica famiglia americana, colta nel più classico dei momenti di crisi, uno stereotipo di questo tipo di cinema ma anche il primo richiamo a Spielberg per il quale il nucleo familiare è sempre stato uno dei temi portanti del suo cinema.

Lui, Greg Platt (Ewan McGregor) è stato licenziato, non ha detto nulla alla moglie e si arrangia consegnando pizze a domicilio.

Lei, Denise (Anne Hathaway) sogna la fuga mentre di nascosto nello scantinato scrive un romanzo.

I due figli, Audrey (Maisy Stella) e Brian (Christian Convery) sono appena accennati, caratteristica comune, purtroppo, alla maggior parte dei personaggi del film.

Tutto procede più o meno tranquillo sino a quando non irrompe il fantastico e l'intero quartiere si risveglia trasportato nell'epoca preistorica

Di qui in poi la storia procede senza grandi scossoni né sorprese, riducendosi per lo più ad una fuga continua dai dinosauri.

Per carità alcuni momenti funzionano ed il film strappa anche qualche risata, chissà se volontaria o meno, grazie al suo humor nero.

Però la regia di Mitchell rimane sostanzialmente anonima ed i personaggi praticamente non hanno spessore.

In più la storia si concentra esclusivamente sulla famiglia Platt dimenticandosi quasi del tutto degli altri abitanti del quartiere che rimangono pallide figure sullo sfondo.

L'impressione è quella di un mix tra un film pensato per le famiglie e l'effetto nostalgia ma i risultati deludono assai.

EMILIANO BAGLIO


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