The last house

L'ennesimo film targato Netflix, un brutto prodotto fatto seguendo l'algoritmo

di EMILIANO BAGLIO 11/08/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Sappiamo tutti che i film targati Netflix sono in realtà veri e propri prodotti che seguono regole precise. Devono piacere al maggior numero possibile di persone sparse per il mondo e per ciò devono essere sostanzialmente anonimi ed assomigliarsi l'uno con l'altro, salvo lodevoli eccezioni.

The last house, purtroppo, non è una di queste.

Stavolta ci muoviamo nell'ambito della fantascienza apocalittica e protagonista è una misteriosa pioggia, apparentemente senza fine, che sigilla le abitazioni impedendo a chiunque di entrare o uscire.

Uno spunto che, con le dovute differenze, ultimamente abbiamo visto sia nel deludente Brick di Philip Koch che nel bellissimo La tour  (The lockdown tower) di Guillaume Nicloux.

Lì a rimanere sigillato era un intero condomino con la conseguenza che la società multietnica e multiculturale francese collassava su sé stessa sino ad un raggelante ritorno all'età della pietra.

Qui invece a rimanere bloccata è la più classica delle famiglie americane, lui, lei ed i due figli.

A voler essere generosi si può immaginare che il tutto possa essere letto come una metafora dei pericoli esterni che minano l'unità familiare e come questi ne possano rinsaldare i legami.

In realtà The last house naufraga tra cliché e buchi di trama.

Jason (Wagner Moura), ad esempio, è un ingegnere e quindi è capace di costruire tutto ciò che può essere utile alla sopravvivenza senza che il regista Louis Leterrier debba porsi troppi problemi.

L'abitazione, guarda che foruna,  ha una vasta biblioteca di giardinaggio così che Ann (Greta Lee) possa agevolmente coltivare dentro casa, sfruttando quel poco di terra provvidenzialmente posto sotto le assi del pavimento.

Ed ancora, improvvisamente servono antibiotici per la figlia malata? Niente paura, basta raggiungere la casa del vicino che, guarda caso, è dentista e sicuramente ne avrà.

Per tacere dell'altro vicino che nel giardino ha una bella barca a vela che si rivelerà provvidenziale.

Sul finale poi abbiamo l'apoteosi dei buchi di trama.

Dopo 5 anni di isolamento i nostri, spinti dalla necessità, finalmente scoprono che possono usare le fogne per raggiungere le case vicine, si vede che non ci avevano pensato nonostante il tempo a disposizione.

Lo stesso dicasi delle entità che vivono all'esterno e che, come per magia, capiscono come entrare nelle case.

Dinanzi a tanta pigrizia cadono le braccia.

Ma quel che è peggio è che questa roba che Netflix ci propone ciclicamente in primo piano, anche a discapito di titoli più interessanti, rappresenti per molti l'unica educazione cinematografica il che, francamente, è desolante.


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