Il corsetto (Le corset - Iron boy)

Alice nella città, Concorso. Vincitore premio speciale della Giuria "Un certain regard, Cannes 2026.

di EMILIANO BAGLIO 20/10/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Il corsetto (Le corset – Iron boy)

 

Alle volte le difficoltà della vita possono trasformarsi in opportunità, ed è esattamente questo che accade ne Il corsetto, il primo lungometraggio d’animazione realizzato da Louis Clichy da solo.

Christophe ha undici anni, vive in campagna nella fattoria di famiglia e non riesce a stare dritto; proprio per questo il medico gli prescriverà un corsetto che il ragazzo dovrà indossare giorno e notte.

Lo strumento sembra essere anche una metafora del futuro che sembra attendere il ragazzo che, sino a quel momento, non ha conosciuto molto altro se non la campagna ed una realtà familiare caratterizzata soprattutto da un rapporto difficile con un padre apparentemente duro e spigoloso.

Il suo destino sembra essere lo stesso del fratello maggiore, che si vedrà costretto a lasciare gli studi superiori per badare ai campi.

Si scoprirà che la stessa cosa era accaduta anni prima proprio al padre di Christophe, che aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare falegname.

Invece, questa costrizione fisica, porterà il giovane protagonista a scoprire un altro mondo.

Innanzitutto, non potendo più indossare il camice da chierichetto, comincerò ad aiutare l’organista della chiesa, appassionandosi allo strumento sino a prendere la decisione di scappare di casa di nascosto per seguire uno stage estivo.

Inoltre si iscriverà in piscina dove conoscerà Clara, una ragazza più grande di lui di cui si innamorerà perdutamente.

Clichy, partendo dalle propria biografia, racconta una storia di crescita e di scoperta del mondo che porta tutti i protagonisti a mettersi in discussione.

Lo fa prediligendo un’animazione caratterizzata da tratti essenziali realizzati con pennelli di inchiostro cinesi e splendidi acquerelli che rendono perfettamente l’atmosfera placida e sonnolenta di questa provincia rurale e sono al tempo stesso capaci di dare vigore ai momenti più drammatici.

Ma oltre alla bellezza delle immagini la forza del film sta in una sceneggiatura praticamente perfetta.

Il percorso di apertura al mondo di Christophe trasformerà anche il rapporto con il padre che si vedrà costretto a riflettere sulle proprie rinunce, smussandone il carattere sino al punto di mostrare, finalmente, ai propri figli le proprie sconfitte e difficoltà.

Altrettanto importante è il rapporto con Clara e la descrizione di questo primo amore indimenticabile e tumultuoso, con questa ragazza di cui sappiamo poco e nulla, che entra come un uragano nella vita del protagonista sconvolgendolo.

Un amore giovane fatto di piccole marachelle ed avventure ed inevitabili gelosie.

Ma è soprattutto nell’ultima parte che l’opera di Clichy convince pienamente rinunciano alla facili lusinghe di un finale hollywoodiano.

Ad esempio non sappiamo se Christophe un giorno diventerà un famoso organista oppure no.

Nel momento della difficoltà il ragazzo sceglierà di stare accanto alla famiglia che, nonostante la sconfitta o forse proprio grazie ad essa, proprio come accade spesso nella vita reale, si ritroverà più unita di prima ed andrà incontro ad un futuro incerto forte però dell’amore che la lega.

L’infanzia intanto è scivolata via, come la figura di Clara che Christophe guarda dai finestrini dell’autobus farsi sempre più piccola sino a scomparire in una delle sequenze più belle e melanconiche viste quest’anno al cinema.

La buona notizia è che questo piccolo gioiello, capace di far ridere e commuovere, verrà distribuito, speriamo quanto prima, anche nella nostre sale.

 

EMILIANO BAGLIO


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