Resurrection

Premio speciale della Giuria al Festival di Cannes 2025.

di EMILIANO BAGLIO 29/04/2026 ARTE E SPETTACOLO
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In un prossimo futuro l’umanità ha scoperto il segreto della vita eterna; non sognare più.

Tuttavia esistono ancora dei “deliranti” che continuano l’attività onirica.

Una donna ne scopre uno i cui sogni sono frutto di un’invenzione oramai dimenticata; il cinema.

Resurrection è un film denso e stratificato, capace tanto di affascinare per la sua perfezione formale e la meraviglia estetica quanto di sfiancare per gli stessi identici motivi.

Quello a cui assistiamo come spettatori sono i sogni di questo uomo trasformato oramai in un mostro.

Il film si struttura dunque in cinque episodi che sono altrettanti sogni/film del delirante, con una struttura che cerca di riprodurre la (non) logica dell’attività onirica.

L’unica è lasciarsi andare rinunciando a voler trovare a tutti i costi un senso o il bandolo della matassa anche perché il regista Bi Gan infarcisce la sua opera di riferimenti sia alla storia cinese quanto alla sua cultura.

Inoltre ogni segmento è un omaggio al cinema, alle sue epoche storiche e ai generi che lo compongono, ma è anche direttamente collegato ad uno dei cinque sensi.

Così, ad esempio, il preludio, legato alla vista, è un omaggio al cinema muto e all’espressionismo tedesco.

Il mimetismo messo in scena da Bi Gan è tanto perfetto quanto impressionante.

La scenografia è un calco perfetto di quelle dell’espressionismo, con citazioni esplicite tanto da Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene quanto dal Nosferatu di Murnau, tra fondi di cartone che vengono mossi da mani umane che compaiono improvvisamente sullo schermo mentre sullo sfondo magari vediamo figure prese in prestito dal teatro di ombre cinesi.

Subito dopo Resurrection muta forma e diventa un noir (dedicato all’udito) con echi espliciti de La signora di Shanghai di Orson Welles del quale il nostro omaggia la famosissima scena nella casa degli specchi.

Si susseguono un episodio legato al gusto che ha il sapore della parabola zen ed un altro con al centro l’olfatto, che vede un truffatore che si avvale di un bambino per spillare denaro ad un vecchio miliardario.

L’ultimo segmento è un vero e proprio melodramma, chiaro omaggio al cinema moderno cinese e taiwanese, un frullato di generi dove il pulp convive con la storia d’amore e l’horror vista la natura dei due amanti protagonisti.

In esso possiamo vedere echi del cinema di Wong Kar-way, di Hou Hsiao-hsien e di Tsai Ming-lian.

Ma torna alla mente anche Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch mentre il finale è un chiaro omaggio a L’Atalante di Jean Vigo.

I due amanti corrono verso l’alba che li incenerirà, così come la luce distrugge le immagini impresse sulla pellicola.

È forse il destino che attende il cinema, generatore di sogni oramai dimentica, destinato a sciogliersi come gli spettatori di cera seduti in una sala nella chiusura di Resurrection la cui ultima immagine, non a caso, è la parola fine sul telone bianco.

Nulla da dire, per carità, sulla bravura di Bi Gan che ci inonda di immagini suggestive ed ipnotiche, tra echi surrealisti, espressionismo, cinema delle origini, noir, racconti zen, pulp postmoderno ed atmosfere figlie di David Lynch.

Resta però il dubbio che lo sfoggio sia fine a sé stesso e che metta a dura la prova lo spettatore che, se non accetta il patto, rischia di arrivare stremato alla fine di queste quasi tre ore di film.

Soprattutto sotto la marea di citazioni si fatica a vedere un proprio stile personale.

EMILIANO BAGLIO


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