Un semplice incidente.

Il nuovo film di Jafar Panahi. duro atto di accusa al regime iraniano e Palma d'oro al Festival di Cannes 2025.

di EMILIANO BAGLIO 23/11/2025 ARTE E SPETTACOLO
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Appare sempre più difficile separare l’opera di Jafar Panahi dalla sua vicenda personale.

Il regista iraniano è stato arrestato ed incarcerato più volte, gli è stato proibito di lasciare il paese e di lavorare.

Un semplice incidente è il suo primo film da uomo libero; dopo l’ennesimo periodo di detenzione, stavolta nella famigerata prigione di Evin, il tribunale rivoluzionario di Teheran ha fatto decadere tutte le accuse, sebbene il regista abbia deciso di girare anche il suo ultimo lungometraggio senza il permesso ufficiale del governo.

Il controllo totale da parte dello spietato regime degli ayatollah, ha inevitabilmente condizionato il cinema iraniano contemporaneo, influendo in maniera decisiva sulla sua estetica.

Basti pensare al recente Il seme del fico sacro (2024, Mohammad Rasoulof) girato quasi interamente in interni proprio per aggirare i divieti.

Panahi invece, da sempre ha seguito il percorso opposto, scendendo per strada, in un cinema che mescola l’amato neorealismo italiano alle pratiche della Nuova Hollywood degli anni ‘60.

Il suo è dunque un cinema itinerante, con la telecamera nascosta tra la folla, nel quale spesso si mescolano realtà e finzione dando vita, ad esempio, a titoli come Taxi Teheran (2015) nel quale il nostro si è finto appunto tassista pur di riuscire a continuare il proprio lavoro.

Un semplice incidente non fa eccezione ma, come si suol dire in questi casi, procediamo con ordine.

L’incidente del titolo è quello che accade a Eghbal che, dopo aver investito accidentalmente un animale, è costretto a chiedere aiuto nell’officina nella quale lavora anche Vahid il quale, di nascosto, pensa di riconoscere l’uomo grazie all’inconfondibile cigolio della sua gamba artificiale.

Proprio quando la vendetta sta per compiersi però Vahid viene colto dal dubbio.

Comincia così un lungo peregrinare alla ricerca di altre persone che possano confermare la vera identità di Eghbal.

Privo dei permessi governativi, ancora una volta Panahi sceglie di ambientare il suo film nelle strade del suo paese, dando vita ad una vera e propria avventura picaresca dai toni spesso grotteschi.

Davanti allo spettatore sfila una composita galleria di personaggi che sono altrettante facce dell’Iran di oggi.

Abbiamo così a che fare con Salar, libraio ed intellettuale; Goli ed Ali, coppia di sposi intenti a farsi fotografare dalla giovane Shiva, che incarna il volto moderno ed indipendente delle donne iraniane ed infine il problematico Hamid.

Insieme i nostri affronteranno una serie di disavventure che spesso hanno risvolti inaspettatamente comici.

In Un semplice incidente, nonostante la tragicità della vicenda narrata, spesso ci si ritrova a ridere.

Panahi svela pienamente il suo tratto ironico dando vita a momenti che sembrano figli della commedia all’italiana, primo tra tutti la vera e propria messa in scena che i nostri mettono su quando vengono fermati da due poliziotti.

Il tono però cambia radicalmente nell’ultima parte quando Vahid e Shiva interrogano Eghbal.

Panahi qui adotta una messa in scena di tipo teatrale; con l’uomo al centro della scena, legato ad un albero ed illuminato da una forte luce rossa.

I dialoghi suonano come un vero e proprio atto di accusa nei confronti del regime iraniano.

Mai prima d’ora il regista è apparso così esplicito nelle sue accuse.

Probabilmente la causa è da ricercarsi nel periodo passato in prigione e sicuramente molti dei racconti delle terribili torture descritte da Vahid e Shiva hanno un sapore autobiografico.

Quello che è certo è che Panahi in questo film appare arrabbiato come non mai e lascia da parte le metafore e le sue parole sono altrettante pietre contro il sistema.

Un semplice incidente è un film totalmente politico e militante ma è anche un’opera disequilibrata le cui due anime non sempre riescono a dialogare tra loro con il risultato che la testimonianza prevale sul cinema vero e proprio.

EMILIANO BAGLIO


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