ll giorno dopo la sentenza della Corte d'Assise di Roma sul caso Regeni, lo scontro è tutto politico. Al centro c'è la frase con cui il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva commentato il verdetto. Oggi, a margine del Forum Euromediterraneo dell'Acqua alla Nuvola di Roma, ha precisato la sua posizione.
Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che la decisione riconosce che l'attività contro Regeni era stata compiuta da persone legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall'inizio, l'ha definita "una sentenza storica" che conferma l'impianto accusatorio. Le difese dei tre 007 egiziani condannati sono pronte a impugnare la sentenza in Appello.
Con il riconoscimento del solo reato di sequestro di persona ma non dell'accusa più pesante: l'omicidio, che era stata comunque contestata ad un solo imputato. Si chiede così, dopo otto ore di camera di consiglio, il processo per la morte di Giulio Regeni, trovato morto sulla strada che collega Alessandria d'Egitto con il Cairo il 2 febbraio del 2016, oltre 10 anni fa. Una sentenza, quella emessa dai giudici della prima Corte d'Assise di Roma nei confronti di quattro 007 egiziani, accolta dai genitori del ricercatore, Paola e Claudio, e dalla sorella Irene, con dignità e senza lasciar trasparire emozioni. Una immagine di forza anche nel momento più delicato, arrivato dopo una lunga battaglia per la "verità e giustizia".
"È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri", hanno detto tramite la legale Alessandra Ballerini, mentre lasciavano piazzale Clodio. I giudici hanno di fatto stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo e portato in una struttura, una villetta nella periferia della capitale, nella disponibilità dei servizi segreti. Qui si ferma la sentenza dei giudici. Su come Giulio venne ucciso, sulle torture subite, l'Assise afferma sostanzialmente che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l'uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l'ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. A tutti e tre sono stati inflitti 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse. "Credo si possa dire che la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto", ha commentato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che la sentenza riconosce che l'attività "era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano".
Per il capo dei pm della Capitale "si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell'autorità egiziane. Siamo soddisfatti - ha aggiunto - per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito". Anche il suo collega di ufficio, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco - titolare del fascicolo dal primo giorno - parla di "una sentenza storica" che conferma "la ricostruzione della Procura".
Nella sentenza i giudici hanno disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati di 200mila euro a testa per il padre e la madre di Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni.
La decisione presa a piazzale Clodio ha provocato anche reazioni politiche. "C'è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado: c'è stata una condanna, non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ha detto in serata il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. "Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione" all'Egitto, ha aggiunto, "sono stati condannati e la giustizia farà il suo corso". All'esterno del tribunale, invece, era presente la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha abbracciato i genitori di Giulio.
"Dopo 10 anni di lotta per la verità arriva finalmente anche la giustizia e arriva soltanto grazie al lavoro straordinario della procura, alla tenacia della famiglia", ha affermato l'esponente Dem aggiungendo che siamo in presenza di "una sentenza che fa giurisprudenza perché condanna tre uomini dell'apparato dei servizi egiziani e li condanna per il sequestro e la tortura: nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano. Nessuno potrà più negarlo. E di questo bisogna prendere atto e agire di conseguenza".
Per Nicola Fratoianni di Avs è il momento che il governo Meloni "assuma tutte le iniziative perché il nostro Paese con quel regime non può continuare ad avere rapporti amichevoli. Ora Tajani - conclude il leader rossoverde - torni al Cairo e si faccia consegnare i responsabili del sequestro, ed esiga quella collaborazione con i nostri magistrati che per 10 anni è mancata". Infine Matteo Renzi ricorda che sulla vicenda del ricercatore "non c'è nessuno che può negare la responsabilità egiziana e chi lo nega la realtà, al netto delle sentenze. Il mio governo richiamò l'ambasciatore, ma per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l'Egitto è stato il governo Conte, poi Draghi e Meloni", conclude Renzi.
Ieri Tajani a caldo aveva sottolineato che "non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le parole hanno acceso le polemiche. Oggi, rispondendo ai giornalisti, ha detto di essersi "limitato a fotografare la sentenza" e di essere "stupito dalle polemiche". Ha poi corretto il tiro: "Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l'azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata, non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L'attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità."
Tajani ha poi rivendicato i risultati ottenuti con questa strada, citando il caso di Patrick Zaki, e ha auspicato una soluzione per Nassy Guerra e sua figlia, alle quali le autorità egiziane hanno negato il permesso di lasciare il Paese dopo una condanna per adulterio.


