Regeni, polemiche dopo la condanna. Tajani "Sentenza limitata", scontro con le opposizioni. Le difese degli 007 egiziani condannati sono pronte a impugnare.

di redazione 29/09/2026 TUTTI
img

ll giorno dopo la sentenza della Corte d'Assise di Roma sul caso Regeni, lo scontro è tutto politico. Al centro c'è la frase con cui il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva commentato il verdetto. Oggi, a margine del Forum Euromediterraneo dell'Acqua alla Nuvola di Roma, ha precisato la sua posizione.

Dopo otto ore di camera di consiglio, la Corte ha condannato a dieci anni tre 007 egiziani per il sequestro di Giulio Regeni e ha assolto il quarto imputato. Le motivazioni dovranno essere depositate entro 90 giorni. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha osservato che la decisione riconosce che l'attività contro Regeni era stata compiuta da persone legate allo Stato egiziano. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall'inizio, l'ha definita "una sentenza storica" che conferma l'impianto accusatorio. Le difese dei tre 007 egiziani condannati sono pronte a impugnare la sentenza in Appello.

Con il riconoscimento del solo reato di sequestro di persona ma non dell'accusa più pesante: l'omicidio, che era stata comunque contestata ad un solo imputato. Si chiede così, dopo otto ore di camera di consiglio, il processo per la morte di Giulio Regeni, trovato morto sulla strada che collega Alessandria d'Egitto con il Cairo il 2 febbraio del 2016, oltre 10 anni fa. Una sentenza, quella emessa dai giudici della prima Corte d'Assise di Roma nei confronti di quattro 007 egiziani, accolta dai genitori del ricercatore, Paola e Claudio, e dalla sorella Irene, con dignità e senza lasciar trasparire emozioni. Una immagine di forza anche nel momento più delicato, arrivato dopo una lunga battaglia per la "verità e giustizia".

 

 

"È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta. Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri", hanno detto tramite la legale Alessandra Ballerini, mentre lasciavano piazzale Clodio. I giudici hanno di fatto stabilito che Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio di dieci anni fa al Cairo e portato in una struttura, una villetta nella periferia della capitale, nella disponibilità dei servizi segreti. Qui si ferma la sentenza dei giudici. Su come Giulio venne ucciso, sulle torture subite, l'Assise afferma sostanzialmente che non ci sono elementi sufficienti per condannare gli imputati individuati: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, l'uomo che materialmente avrebbe ucciso Giulio e per il quale era stato chiesto l'ergastolo, e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. A tutti e tre sono stati inflitti 10 anni per il sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è invece stato assolto da tutte le accuse. "Credo si possa dire che la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto", ha commentato il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, aggiungendo che la sentenza riconosce che l'attività "era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano".

Per il capo dei pm della Capitale "si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell'autorità egiziane. Siamo soddisfatti - ha aggiunto - per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito". Anche il suo collega di ufficio, il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco - titolare del fascicolo dal primo giorno - parla di "una sentenza storica" che conferma "la ricostruzione della Procura".

VideoRegeni, i tre 007 egiziani condannati a 10 anniDalla lettura "del dispositivo sembra emergere come gli elementi raccolti nelle indagini non siano invece stati ritenuti sufficienti per ricondurre specificatamente, nell'ambito degli apparati, proprio al maggiore Sharif l'omicidio in cui è culminato il sequestro. Questo è stato evidentemente dovuto al muro di omertà dell'Egitto". I magistrati attenderanno il deposito delle motivazioni e solo allora valuteranno se presentare o meno appello.

Nella sentenza i giudici hanno disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati di 200mila euro a testa per il padre e la madre di Regeni, 100mila euro per la sorella Irene e della somma di 150mila euro per la presidenza del Consiglio dei ministri. Le motivazioni verranno depositate entro 90 giorni.

La decisione presa a piazzale Clodio ha provocato anche reazioni politiche. "C'è la separazione dei poteri, la sentenza è di primo grado: c'è stata una condanna, non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ha detto in serata il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani. "Noi abbiamo sempre chiesto collaborazione" all'Egitto, ha aggiunto, "sono stati condannati e la giustizia farà il suo corso". All'esterno del tribunale, invece, era presente la segretaria del Pd, Elly Schlein, che ha abbracciato i genitori di Giulio.

"Dopo 10 anni di lotta per la verità arriva finalmente anche la giustizia e arriva soltanto grazie al lavoro straordinario della procura, alla tenacia della famiglia", ha affermato l'esponente Dem aggiungendo che siamo in presenza di "una sentenza che fa giurisprudenza perché condanna tre uomini dell'apparato dei servizi egiziani e li condanna per il sequestro e la tortura: nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano. Nessuno potrà più negarlo. E di questo bisogna prendere atto e agire di conseguenza".

Per Nicola Fratoianni di Avs è il momento che il governo Meloni "assuma tutte le iniziative perché il nostro Paese con quel regime non può continuare ad avere rapporti amichevoli. Ora Tajani - conclude il leader rossoverde - torni al Cairo e si faccia consegnare i responsabili del sequestro, ed esiga quella collaborazione con i nostri magistrati che per 10 anni è mancata". Infine Matteo Renzi ricorda che sulla vicenda del ricercatore "non c'è nessuno che può negare la responsabilità egiziana e chi lo nega la realtà, al netto delle sentenze. Il mio governo richiamò l'ambasciatore, ma per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l'Egitto è stato il governo Conte, poi Draghi e Meloni", conclude Renzi.

Ieri Tajani a caldo aveva sottolineato che "non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone", ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Le parole hanno acceso le polemiche. Oggi, rispondendo ai giornalisti, ha detto di essersi "limitato a fotografare la sentenza" e di essere "stupito dalle polemiche". Ha poi corretto il tiro: "Il governo italiano continuerà a lavorare per arrivare alla verità. Vale più l'azione diplomatica che il clamore. Quella di ieri è una sentenza limitata, non ci dice chi sono gli assassini di Regeni. Noi non abbiamo mai rinunciato a insistere con le autorità egiziane in ogni incontro su quello che per noi è fondamentale: scoprire la verità. Agire con diplomazia, con discrezione, non significa non agire. L'attività diplomatica non ha nulla a che vedere con copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità."

Tajani ha poi rivendicato i risultati ottenuti con questa strada, citando il caso di Patrick Zaki, e ha auspicato una soluzione per Nassy Guerra e sua figlia, alle quali le autorità egiziane hanno negato il permesso di lasciare il Paese dopo una condanna per adulterio. 

Schlein: "Ha perso un'altra occasione per tacere", tutte le opposizioni chiedono informativa in Parlamento

La replica più dura è arrivata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, presente ieri al sit-in davanti al tribunale, dove aveva parlato di "sentenza storica" ottenuta grazie al lavoro della Procura, dei legali e alla tenacia della famiglia. Oggi ha dichiarato: "Tajani ha perso un'altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Dimostra di non aver capito niente della sentenza di ieri, che condanna per il sequestro e la tortura di Giulio Regeni tre componenti dell'apparato di sicurezza del regime egiziano. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi". E ha aggiunto: "Le parole di Tajani sono molto gravi perché arrivano proprio quando la giustizia ha compiuto un importante passo avanti dopo dieci anni di tenace battaglia per la verità da parte della famiglia Regeni e uno sforzo encomiabile della Procura. Tajani si risparmi i toni da assoluzione di ufficio, anche perché adesso è compito del governo far rispettare ed eseguire la sentenza emessa, con un'iniziativa politica e diplomatica forte e determinata, per pretendere dal governo egiziano di consegnare i responsabili alla giustizia e che paghi all'Italia il risarcimento che la sentenza ha stabilito". 

Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd, ha detto che tra tutte le parole possibili Tajani ha scelto "le peggiori". Il Fatto Quotidiano riferisce anche l'intervento di Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, che ha definito "grave" la posizione del ministro. Laura Boldrini ha letto la sentenza come una "vittoria della società civile" che ha impedito il calare del silenzio. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs) si sono rivolti direttamente alla premier: "Chiami Al Sisi e pretenda l'estradizione dei condannati". Pd, M5s e Avs hanno chiesto un'informativa urgente a Tajani sulle prossime mosse del governo. Le opposizioni sottolineano anche il silenzio di Giorgia Meloni.

 

Lo Voi: “L’impianto accusatorio ha retto”

Francesco Lo Voi, procuratore di Roma, dopo la lettura della sentenza osserva: “Dovremo attendere le motivazioni per riuscire ad avere il quadro completo del ragionamento della Corte d’assise. Credo si possa dire che la parte sostanziale dell’impianto accusatorio ha retto”.

“Ci sono state tre condanne su quattro, anche se non per tutti i reati, per una attività che era stata posta in essere da persone legate allo Stato egiziano – argomenta Lo Voi -. Si è riusciti a raggiungere questo risultato nonostante una collaborazione non proficua da parte dell’autorità egiziana”.

Il procuratore commenta: “Siamo soddisfatti per avere tirato fuori questo procedimento dal pantano in cui era finito. Siamo riusciti, attivando anche la Corte costituzionale, a procedere e a svolgere un processo davanti a una corte di assise autonoma e indipendente, in presenza della quale anche gli imputati assenti sono stati egregiamente rappresentati”.

 

La tesi dell'accusa

Per i pm il movente sarebbe stato la percezione errata di un'attività di intelligence ostile da parte di Regeni. Sequestro e torture sarebbero serviti a strappargli informazioni che, secondo l'accusa, non poteva fornire. Colaiocco ha sostenuto in aula che il processo offre una verità processuale costruita su prove, non una verità intuitiva o emotiva. Un testimone protetto, indicato come "Gamma", ha riferito di aver sentito Sharif vantarsi del fatto. La difesa di Sharif ha cercato di smontarne l'attendibilità e ha giudicato le prove prive della forza necessaria per giustificare una condanna.

 

I quattro imputati

Si tratta del generale Tariq Sabir, che è stato assolto, dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti e tre condannati a dieci anni. A ciascuno dei quattro era contestato il sequestro di persona pluriaggravato. Solo Sharif risponde anche di lesioni personali aggravate e omicidio aggravato, in concorso con persone mai identificate. Nessuno dei quattro ha mai partecipato a un'udienza. Sono formalmente irreperibili da anni per la mancanza di cooperazione egiziana

Le richieste della Procura di Roma

Il 23 giugno il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha chiesto un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo. Il carcere a vita è sollecitato per Sharif, ritenuto l'uomo che avrebbe ucciso Regeni. Le richieste dell'accusa non vincolano il collegio. La Presidenza del Consiglio, attraverso l'Avvocatura dello Stato, ha inoltre chiesto ai quattro un risarcimento di due milioni di euro.



Ti potrebbero interessare

Speciali