Rapporto ISTAT. Italia delle diseguaglianze, da quelle di genere a quelle generazionali, il futuro per i giovani è un rebus
L'Italia, dove le disuguaglianze di genere – nonostante alcuni passi in avanti – restano profonde e radicate. Dove il lavoro di cura è ancora quasi totalmente sulle spalle delle donne, bloccando così occupazione e crescita professionale, dove le differenze salariali tra maschi e femmine continuano ad essere profonde penalizzando gravemente le lavoratrici, dove la conciliazione tra maternità e professione diventa sempre più difficile scoraggiando ancor maggiormente la possibilità di mettere al mondo – se accade – più di un figlio. E dove, soprattutto, retaggi e resistenze culturali frenano tuttora le ragazze ad abbracciare quelle carriere scientifiche (Stem) che rappresentano oggi la porta per il futuro.
È questo in sintesi il ritratto delle gravi asimmetrie di genere che emerge dal nuovo rapporto Istat: un Paese con la mobilità sociale ormai ferma e una diseguaglianza antica tra i sessi che la crisi economica acuisce. “Le disuguaglianze di genere e i carichi familiari rappresentano ancora oggi un fattore che alimenta i divari nelle opportunità sociali ed economiche del Paese”, scrive l’Istat.
Il tempo delle donne e quello dei maschi
E allora bisogna partire da un dato semplice quanto fondamentale, messo in luce fin dalle prime statistiche sociali dell’istituto di ricerca di via Balbo (a Roma): nel 2023 le donne di 25 anni e più hanno dedicato al lavoro familiare in media 4 ore e 44 minuti al giorno, a fronte di 2 ore e 6 minuti degli uomini, con un divario pari a 2 ore e 38 minuti. Rispetto al 2003 il divario si è ridotto di circa un’ora, ma più per effetto della diminuzione del lavoro familiare femminile (-40 minuti) che per il limitato incremento di quello maschile (+19 minuti).
Ed è infatti la “povertà di tempo”, ovvero la percezione di sentirsi sempre in in affanno per la mancanza di questo bene prezioso che se nel 2023, affligge il 49,2 per cento dei cittadini di 15 anni e più, è assai più frequente tra le persone con titolo di studio elevato e le donne, soprattutto tra i 25 e i 44 anni e le madri occupate (il 26,4 per cento si sente sempre in affanno).
Il peso grave del lavoro di cura
Nelle coppie di occupati tra 25 e 64 anni, le donne svolgono ancora il 68,9 per cento del lavoro familiare totale, valore che scende al 66,0 per cento nei nuclei in cui la donna è laureata. Con un’asimmetria che raggiunge il 76,2 per cento nel Mezzogiorno a fronte del 66,6 per cento del Nord. Perché, ed è un dato sensibile, maggiori livelli di istruzione sono associati anche a una maggiore adesione ai valori di uguaglianza e coesione. All’aumentare del titolo di studio cresce, infatti, in tutte le classi di età, la quota di persone che attribuisce molta importanza alla parità di diritti tra uomini e donne, persone di diversa provenienza etnica, orientamento sessuale e alla possibilità di professare liberamente la propria religione; i laureati mostrano anche una probabilità doppia di sostenere pienamente i diritti civili e delle minoranze rispetto a chi ha la sola licenza media.
Per le donne salari inferiori
Il gap salariale è ancora altissimo. Le donne, in qualsiasi profilo si trovino, mostrano livelli retributivi più bassi rispetto ai colleghi: la mediana è di oltre 2 mila euro inferiore (29,2 contro 26,9 mila euro), se si tratta di occupazione standard, e si attesta a circa 1,8 mila euro se la lavoratrice è vulnerabile (7,7 contro 5,9 mila euro). Anche tra i lavoratori occupati nel Mezzogiorno si registrano sistematicamente retribuzioni inferiori rispetto ai lavoratori del Centro-Nord. I lavoratori standard nel Nord guadagnano circa 5 mila euro in più rispetto a quelli nel Mezzogiorno, che hanno una probabilità doppia di percepire una bassa retribuzione oraria (3,2 contro 1,5 per cento).
Nel 2025 il tasso di occupazione femminile è di circa 20 punti percentuali inferiore a quello maschile (60,8 per cento contro 80,9 per cento), ma il divario scende a 6,5 punti percentuali tra i laureati. Il gap di genere è più alto tra i laureati nelle discipline Stem, dove le donne presentano un tasso di occupazione e di retribuzione inferiore di 9,1 punti percentuali. Ed è un segnale negativo che di fatto scoraggia le ragazze nell’intraprendere le carriere scientifico tecnologiche.
La sfida della cultura
Oggi come ieri la sfida è culturale. Perché, come dicevamo, l’asimmetria si riduce al crescere del livello di istruzione femminile: 66,0 per cento nelle coppie in cui la donna è laureata, 71,1 per cento in quelle in cui la donna ha livelli di istruzione più bassi. Fattori culturali pesano in modo evidente: l’indice di asimmetria è più alto di 3,4 punti nelle coppie in cui l’uomo ritiene che “sia soprattutto il maschio a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” e di 5,3 punti quando è la donna a condividere questa opinione.

