La gradiva

Una classe di rUn film irruento che restituisce il senso di vertigine dell'adolescenza. In concorso ad Alice nella città 2026.

di EMILIANO BAGLIO 26/10/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Un senso di vertigine, questa la sensazione che restituisce il bellissimo La gradiva di Marine Atlan.

Al centro del film una gita scolastica di un liceo francese in Campania; tra Napoli, Torre del Greco e Pompei.

Ad accompagnare i ragazzi c’è la professoressa Mercier; Antonia Buresi unica attrice professionista del cast impegnata in una performance straordinaria.

Sebbene tutti i caratteri siano descritti accuratamente, anche con pochi tratti, ad emergere sono soprattutto tre personalità; Suzanne (Suzanne Gerin), una aragzza timida isolata rispetto ai compagni e che forse coltiva dentro di sé una rabbia furente pronta ad esplodere.

James (Mitia Capellier-Audat) che, apparentemente, incarna il belloccio della comitiva che conquista tutte le ragazze ed infine il suo amico del cuore Toni (Colas Quignard), omosessuale, ribelle e problematico ma che nasconde una storia familiare piena di ferite.

Sembra non accadere nulla nel film di Atlan che pare limitarsi ad osservare le banalità, le discussioni e l’ordinaria amministrazione di una gita scolastica di ragazzi come tanti, il tutto con una naturalezza sorprendente.

Ci si dimentica persino che stiamo assistendo ad una fiction talmente tutto appare spontaneo e naturale.

Merito di un lunghissimo lavoro di preparazione durante il quale la regista ha fatto sopralluoghi sui luoghi nei quali sarebbe stato realizzato il film al quale sono seguiti alcuni mesi di prove quasi teatrali con tutto il cast per dare forza di verità a questo affresco che ha il sapore della realtà.

Alla fine, quello che viene fuori, è il ritratto autentico della gioventù ed una serie di personaggi scolpiti con forza, dialoghi in cui ha avuto molta importanza l’improvvisazione e che sembrano anch’essi rubati alla quotidianità.

Tra immagini documentarie ed una fotografia che esalta i luoghi e ci immerge in un’accecante luminosità assistiamo al rito di passaggio verso l’età adulta salutando per sempre un tempo che sembrava eterno ed invece è già passato.

Peccato solo per l’ultima parte con quella tragedia certamente necessaria eppure al tempo stesso ridondante, inutile e didascalica.

Un piccolo vezzo in un film in cui si sente totalmente la fascinazione che la regista ha subito nei confronti dei luoghi dove è ambientata la sua storia.

Veramente un gran bel film.

EMILIANO BAGLIO


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