Manas

Un esordio di raro rigore etico, premio per la regia alle Giornate degli autori del Festival del cinema di Venezia.

di EMILIANO BAGLIO 08/05/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Manas è un esordio meraviglioso di raro rigore etico ed estetico.

Merito anche del fatto che la regista Marianna Brennand conosce bene ciò di cui parla visto che il film è frutto di 10 anni di ricerche sugli abusi sessuali su minori nelle regioni della Foresta Amazzonica.

Incesto, pedofilia, prostituzione minorile; questi i temi, terribili ed atroci, portati sullo schermo in Manas.

La regista ci porta a conoscere un mondo nel quale la violenza sulle donne si tramanda di madre in figlia, perché “certe cose non si possono cambiare”, come dice Danielle (Fátima Macedo) alla figlia tredicenne Tielle (Jamilli Correa).

In questa realtà tutti sanno quello che accade alle bambine ma nessuno parla; non sembra esserci nessuna possibilità di sfuggire a questo destino di abusi se non grazie a quelle chiatte che ogni tanto passano sul fiume e sulle quali queste bambine vanno a prostituirsi; proprio quello che ha fatto la sorella maggiore di Tielle che oramai nessuno sente più da tempo e tutti si illudono o sperano che stia bene.

Anche il generoso tentativo di una poliziotta di denunciare gli abusi è destinato a fallire mentre la chiesa, istituzione che Marianna Brennand attacca frontalmente, predica di portare pazienza e di pregare quando ci sono problemi in famiglia.

Tutto questo la regista lo racconta senza mai mostrare nulla; ogni cosa è lasciata all’intuizione dello spettatore..

Una scelta che fa sì che la pellicola sia attraversata da una tensione insopportabile che lo spettatore spera che prima o poi deflagri portando giustizia a queste bambine abusate.

Marianna Brennand lavora di sottrazione lasciando che a parlare siano soprattutto i volti dei bravissimi protagonisti e gli scambi di sguardi tra essi, primi tra tutti quelli carichi di dolente sofferenza tra madre e figlia.

Il risultato è, come dicevamo, una pellicola che mostra come la Brennand abbia le idee chiare su come realizzare un’opera che affronti simili argomenti con uno stile rigoroso ed asciutto.

Non è certo un caso che tra i produttori compaiano i nomi di Sean Penn, Walter Salles e soprattutto dei Fratelli Dardenne; Manas ricorda molto il loro cinema e titoli come Rosetta e ci consegna una regista sulla quale ci sentiamo di scommettere.

 

EMILIANO BAGLIO


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