Se solo potessi ti prenderei a calci
Il crollo di una donna dinanzi alle difficoltà della maternità
A distanza di pochi mesi sono arrivati nelle nostre sale due film che affrontano il tema della maternità; Die my love di Lynne Ramsay ed ora Se solo potessi ti prenderei a calci di Mary Bronstein.
Entrambi hanno dalla loro due interpretazioni straordinarie, quella di Jennifer Lawrence nel primo e quella di Rose Byrne nel secondo; così come patiscono troppo spesso il peso delle metafore ed una certa tendenza alla ricerca di immagini “artistiche” e “sperimentali”.
Bronstein, però, a differenza della collega, preferisce seguire la strada del più classico film indie, come certificano il marchio della A24 e la presenza, tra i produttori, di Josh Safdie.
Protagonista di Se solo potessi ti prenderei a calci è Linda, una psicologa che cede progressivamente sotto il peso delle innumerevoli responsabilità.
Il marito (Christian Slater) è lontano per lavoro, ridotto ad una voce al telefono, mentre la figlia, che praticamente non vedremo mai integralmente se non nell’ultima inquadratura, è affetta da un misterioso male che la costringe a passare le sue notti alimentata da una sonda.
Il punto di non ritorno è rappresentato dall’improvviso crollo del soffitto della camera da letto con conseguente allagamento dell’appartamento, il che costringe madre e figlia ad andare a dormire in un motel.
Come si può facilmente intuire le metafore presenti nell’opera sono sin troppo esplicite, il crollo del soffitto che fa da contraltare a quello della protagonista e la sonda che alimenta la figlia novello cordone ombelicale.
Bronstein cerca però di allargare il discorso; tutto sembra aumentare lo stress al quale è sottoposta Linda in un crescendo di sciagure alle volte talmente esagerati da avere una vena comica; persino l’acquisto di un criceto si trasforma in una tragedia visto che l’animale scelto si rivela ben presto nevrotico e violento.
A completare il quadro provvede il lavoro svolto da Linda.
Da una parte c’è il suo rapporto con il suo psicologo (Conan O’Brian) che non si fa scrupoli a cacciarla dal suo studio quando quest’ultima le chiede disperatamente aiuto, dopo che una sua paziente ha abbandonato il figlio, e che sembra voler continuamente esercitare il pieno controllo su Linda e la sua vita mentre si mostra disinteressato ai suoi drammi.
Anche i pazienti della nostra protagonista non sono da meno, a cominciare da Caroline (Danielle Mcdonald), la donna che arriverà appunto a lasciare il figlio neonato nello studio di Linda e le cui paure in merito alla maternità sembrano fare eco ai sensi di colpa di Linda.
L’unica ancora di salvezza sembra essere rappresentata dal vicino di stanza del motel (ASAP Rocky), l’unico che pare voglia aiutare la donna e che alla fine verrà anch’esso travolto dal suo esaurimento tanto da fuggire via.
Il limite maggiore di Se solo potessi ti prenderei a calci sta proprio nell’affastellare disgrazie su disgrazie in un crescendo troppo programmatico e calcolato, nonostante la vena di humor presente, e nel non saper gestire gli spiragli rappresentati dai personaggi secondari che potrebbero dar respiro alla vicenda.
Per fortuna tutti i difetti scompaiono dinnanzi all’incredibile bravura di Rose Byrne che si carica sulle spalle gran parte del film.
EMILIANO BAGLIO