Il filo del ricatto - Dead man's wire
Attraverso un fatto di cronaca Gus Van Sant legge la realtà moderna.
Indianapolis, 1977. Anthony “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) irrompe nella sede della Meridian Mortgage e prende in ostaggio il vicepresidente della compagnia Dacre Montgomery (Richard Hall) legandogli al collo un filo collegato al grilletto di un fucile a canne mozze pronto a sparare-
Tony è convinto che la società lo abbia truffato impedendogli di vendere una sua proprietà sino a ridurlo sul lastrico, impossibilitato a pagare il mutuo.
L’intento del nuovo film di Gus Van Sant è sin troppo chiaro, prendere un fatto di cronaca attraverso il quale leggere gli ultimi anni della storia americana e non solo e riflettere su ciò che accade ai nostri giorni.
La vicenda scelta, infatti, sembra racchiudere alcuni dei grandi temi degli ultimi anni.
Innanzitutto c’è un uomo solo contro il sistema, un novello Davide che si scaglia contro le ingiustizie della società, una sorta di reincarnazione, per quanto distorta, del mito americano.
La storia di Tony non può non ricordare avvenimenti più recenti come la crisi dei sub prime che gettò intere famiglie sul lastrico e portò alla bancarotta di numerose società.
Infine vi è il ruolo, fondamentale, dei media; chiamati in causa da Tony stesso che chiede, tra le altre cose, le scuse ufficiali della Meridian Mortgage in diretta tv per bocca del loro presidente (Al Pacino); e che se da un lato trasformano il rapitore in una sorta di eroe popolare, dall’altra si gettano avidi sulla notizia in cerca di audience e popolarità.
Anche in questo caso è impossibile non vedere un parallelo con i nostri giorni e tutto ciò che ha comportato l’arrivo prima di internet e poi delle varie piattaforme social.
Gus Van Sant pare volerci dire che nulla è cambiato con il tempo, le ingiustizie continuano e l’uomo comune non può nulla contro di esse ed i media non sono altro che grancasse del sistema che ci sfruttano illudendoci con il mito dei 15 minuti di fama dei quali parlava Andy Warhol.
Il problema di fondo di Dead man’s wire è che però questo discorso di fondo dovrebbe innestarsi in una struttura tipica del cinema di genere ed essere veicolata attraverso quest’ultima.
Eccezion fatta per il remake di Psycho (1998) è la prima volta che il regista americano affronta direttamente il cinema di genere, nello specifico il ricco filone dei sequestri, con il “cattivo” asserragliato in un luogo chiuso circondato dalla polizia così come nei western i soldati chiusi nel forte venivano circondati dagli indiani.
Purtroppo Gus Van Sant sembra un pesce fuor d’acqua e non riesce a gestire bene la materia.
I messaggi che vorrebbe dare non sono veicolati dalle azioni ma spesso vengono enunciati in modo didascalico, mentre il film risulta indeciso su quale strada prendere, se quella della tensione o quella del dramma psicologico.
La tensione per lo più latita ed i personaggi secondari non sono sufficientemente caratterizzati.
Le cose vanno meglio quando il regista si concentra sulla relazione tra Tony e Dacre, cercando di esplorarne la rispettiva personalità.
Alla fine però resta il senso di un’opera incompiuta nella quale a svettare sono le prove degli attori da gustare, come sempre, in lingua originale.
EMILIANO BAGLIO
