La grazia

Ancora una volta Sorrentino racconta la solitudine del potere ma apre anche il suo cinema a nuove strade ponendoci interrogativi esistenziali.

di EMILIANO BAGLIO 28/01/2026 ARTE E SPETTACOLO
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La solitudine che sia reale o come sentimento dell’anima è sicuramente una costante dei personaggi dei film di Sorrentino e spesso è indissolubilmente legata al potere.

Non fa eccezione il Mariano De Santis (Toni Servillo) de La grazia, ultima fatica del regista partenopeo, Presidente della Repubblica Italiana giunto al suo semestre bianco.

Nel descriverlo, Sorrentino delinea alla perfezione un certo immobilismo democristiano tipico della Prima Repubblica con pochissimi tratti.

Soprannominato “cemento armato” ed autore di un trattato di diritto di migliaia di pagine il nostro, giunto alla fine del suo mandato, si trova a dover fare i conti con due domande di grazia di due persone, un uomo ed una donna, che hanno ucciso il loro partner ed un disegno di legge per la legalizzazione dell’eutanasia.

Tuttavia, ancora una volta sembra più propenso a procrastinare all’infinito tali incombenze, incapace di prendere una decisione, nonostante i continui solleciti da parte della figlia Dorotea (Anna Ferzetti), anch’essa valevole giurista alla quale il padre ha dato l’incarico di limare il disegno di legge in una sorta di tela di Penelope senza fine.

In realtà De Santis è l’ennesimo personaggio attanagliato da un enorme senso di solitudine alimentato dal ricordo della moglie morta e soprattutto di un suo tradimento, avvenuto oramai decine d’anni prima e che non pare aver mai superato.

Il ricordo di questo amore perduto richiama inevitabilmente alla mente il Jep Gambardella de La grande bellezza, film con il quale La grazia ha molto a che spartire.

D’altronde l’ultima fatica di Sorrentino è continuamente attraversata da schegge dei suoi precedenti lavori e l’impressione è quasi quella di un film testamento che chiude un’epoca, chissà se per aprire una nuova fase della carriera del regista.

Così, ad esempio, uno dei pochi svaghi che De Santis si concede sono le cene con l’amica Coco Valori (Milvia Marigliano) che sembra anch’essa una diretta parente di quella Dadina che era la direttrice del giornale per il quale scriveva Gambardella.

Ma c’è di più; ritroviamo ne La Grazia un pontefice di colore con lunghi capelli rasta che se ne va in giro per i giardini Vaticani con una moto che sembra uscito fuori dal dittico The young Pope/The new Pope, così come i consueti momenti di ironia surreale che da sempre alleggeriscono i suoi film e che qui trovano il culmine nelle canzoni rap ascoltate da De Santis, nella spiritosa partecipazione di Guè Pequeno nella parte di sé stesso e in una passeggiata per le strade di Roma con cane robot al seguito.

Per il resto La grazia è l’ennesima conferma dell’incredibile senso geometrico della composizione dell’inquadratura da parte di Sorrentino che qui ci regala molti momenti di assoluta perfezione formale, primo tra tutti l’arrivo del presidente portoghese, vero e proprio saggio di come si faccia cinema.

Certo non tutto funziona come dovrebbe e alle colte La grazia gira a vuoto, soprattutto verso la fine quando il ricordo della moglie morta prende il sopravvento durante una telefonata alla direttrice di Vogue.

Sopratutto il problema più grande è la tanta, forse anche troppa carne messa al fuoco anche perché, diciamocelo francamente, Sorrentino tutto è meno che un regista di impegno civile ed il tema dell’eutanasia, nonostante la presa di posizione netta e decisa a favore di una sua regolamentazione, appare estraneo alla poetica dell’autore.

Potrebbe sembrare un paradosso visto che Sorrentino ha dedicato ben due film ad altrettante figure politiche fondamentali per la storia del nostro paese, Andreotti ne Il divo e Berlusconi in Loro; tuttavia, in entrambi i casi, avevamo a che fare con biografie particolari, più attente all’aspetto umano che a quello politico.

Ed infatti, anche in questo caso funziona molto meglio la parte dedicata alla grazia, intesa non dal punto di vista giuridico quanto come sentimento.

In queste due storie Sorrentino pone quesiti molto più interessanti di quanto non accada con il tema dell’eutanasia, affrontando due casi di omicidi che, almeno apparentemente, come motivazione hanno la liberazione dalla sofferenza dei rispettivi partner.

Da una lato abbiamo Isa Rocca, vittima di anni di abusi da parte del marito malato di mente e che non mostra nessun segno di pentimento; dall’altra Cristiano Arpa che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer.

Sarà proprio il confronto con queste due persone a spronare, finalmente, De Santis all’azione, mentre lo spettatore è portato a chiedersi quale dei due meriti la grazia e perché e se effettivamente questi atti siano figli della pietà oppure no e proprio nel porre tali quesiti risiede a nostro avviso la parte più interessante, da un punto di vista “politico” de La grazia.

EMILIANO BAGLIO


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