Sirât

Un'esperienza sensoriale mistica e psichedelica.

di EMILIANO BAGLIO 14/01/2026 ARTE E SPETTACOLO
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Un rave nel deserto del Marocco.

Luis (Sergi López), insieme all’altro figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona), è alla ricerca della figlia maggiore Mar della quale non ha notizie da mesi,

Quando arriva un gruppo di soldati ad interrompere il raduno, perché nel frattempo è scoppiata la guerra, i due decidono di seguire un gruppo di raver, conosciuti poco prima, verso la prossima fantomatica festa che dovrebbe tenersi da qualche parte nel deserto più profondo.

Come ci avvisa la didascalia che pare il film, Sirât, per la religione islamica, è il percorso, “sottile come un capello ed affilato come una lama”, che i defunti dovranno percorrere il giorno del giudizio per arrivare alla salvezza eterna.

Sta tutto qui il punto di vista attraverso il quale leggere ed interpretare il quarto meraviglioso film di Óliver Laxe, vera e propria esperienza sensoriale, a metà strada tra il mistico e lo psichedelico, al ritmo incessante della perfetta colonna sonora firmata da Kanding Ray.

Si dice che una delle cose più difficili da riprendere siano le sequenze di ballo che, in effetti, molto spesso appaiono inevitabilmente finte.
Sirât si apre proprio con una lunghissima scena che ci porta sin dentro le viscere di questo rave tra polvere e montagne e l’impressione di verità è fortissima, come se realmente Laxe avesse preso dei raver e li avesse portati a ballare nel deserto, riprendendone i corpi e le movenze.

Un inizio ipnotico che con pochi tocchi già racconta mille storie e che dà il ritmo all’intera esperienza che lo spettatore sta per vivere.

CertoSirât vive anche di suggestioni che richiamano altre pellicole.

Il folle viaggio nel deserto dei due camion con i ragazzi a bordo, seguiti dall’assolutamente inadeguata automobile di Luis, ricorda la saga di Mad Max, in particolare il secondo ed il quarto capitolo; mentre le scene della carovana che si inerpica su strettissime vie di montagna a precipizio sul nulla richiamano alla mente tanto Vite vendute del 1953 di Henri-Georges Clouzout quanto Il salario della paura, remake firmato da William Friedkin nel 1977.

Soprattutto però a noi sembra che Sirât abbia un respiro epico di un cinema d’altri tempi.

Riecheggiano echi delle folli imprese del Werner Herzog di Fitzcarraldo, o del Coppola sperso nella giungla tra tifoni mentre realizza Apocalypse now.

Un cinema “bigger than life”, sempre sull’orlo del precipizio proprio come i protagonisti del film che ha il sapore della sfida alla natura, pervaso da un’aura di romanticismo quasi maledetto.

Abbiamo a che fare con delle ombre, delle anime, destinate appunto ad attraversare un ponte mistico portandoci dietro nella loro esperienza.

Ovvio che nulla potrà andare bene in un simile viaggio, verso la vastità mortale del deserto, con pochi mezzi di fortuna, mentre intorno la radio trasmette echi di una guerra mondiale tanto distante quanto inscritta nell’anima stessa dei personaggi.

Luis dunque diventerà tanto una sorta di inconsapevole padre, per questa ciurma di pirati e/o sbandati alla ricerca dello sballo; quanto una sorta di Caronte destinato a condividere lo stesso destino degli altri passeggeri di questo convoglio che attraversa strettissime strade di montagna, guada i fiumi, corre a perdifiato nel deserto tra nugoli di polvere mentre i raver si divertono a compiere acrobazie tra un camion e l’altro.

Un viaggio senza inizio (il film si apre già in media res) e senza una fine vera e propria, che ci lascia ad osservare ipnoticamente le rotaie di un treno sul quale ritroviamo i nostri eroi insieme ad altri sopravvissuti che ricordano i profughi in fuga dalla fame e dalla guerra che dal sud del mondo cercano di raggiungere una salvezza che forse nemmeno esiste sui nostri lidi.

In mezzo un ultimo ballo, con quelle casse che pompano la tecno in mezzo al deserto.

Alza il volume e fai esplodere tutto.

EMILIANO BAGLIO


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