Stipendi docenti, Italia è sotto la media OCSE. Carriere piatte e un divario paradossale tra chi insegna e chi dirige
Nel 2025, un insegnante di scuola secondaria inferiore con quindici anni di esperienza guadagna in Italia circa 66.000 dollari l’anno, a parità di potere d’acquisto.
Tradotto: un insegnante italiano con quindici anni di carriera è sostanzialmente in linea con la media dei colleghi dei paesi più industrializzati, ma è nettamente indietro rispetto ai colleghi tedeschi, olandesi, austriaci e spagnoli. E c’è un dettaglio che aggrava il quadro: dopo i primi dieci anni, lo stipendio di un docente italiano non sale più. La carriera è piatta, bloccata, senza scatti significativi fino alla pensione.
Ma se si guarda ai dirigenti scolastici, il discorso cambia radicalmente. Un preside italiano di scuola secondaria guadagna in media 156.372 dollari, contro una media OCSE di 100.867 dollari. È il paradosso che emerge dal rapporto “Education at a Glance 2026”: i docenti italiani sono tra i meno pagati, i loro capi tra i più pagati. Un preside guadagna circa 2,4 volte un insegnante. In Francia il rapporto è di 1,5 a 1. In Norvegia, di 1,4 a 1. L’Italia ha uno dei divari più alti al mondo tra chi dirige e chi insegna.
La carriera bloccata: perché un insegnante italiano non ha incentivi a restare
La media OCSE racconta una storia diversa: si parte da 49.700 dollari, si arriva a 63.000 dopo dieci anni, a 66.500 dopo quindici e a 79.800 al top. La differenza non è solo nei numeri assoluti, ma nella struttura della carriera. In Italia, un insegnante non ha alcun incentivo economico a restare, a formarsi, ad assumersi responsabilità aggiuntive. Lo stipendio è lo stesso, che insegni da dieci o da trent’anni.
Ciò spiega perché la professione fatica ad attrarre giovani e a trattenerli. Non è solo una questione di stipendio d’ingresso, che è del 27% inferiore alla media OCSE. È soprattutto una questione di prospettive. Un giovane laureato che sceglie di insegnare sa che, dopo dieci anni, il suo stipendio non crescerà più. Sa che l’unico modo per guadagnare di più è diventare dirigente. Sa che la sua carriera è, di fatto, già scritta.
Il paradosso dei presidi: tra i più pagati al mondo
Il confronto con i laureati è ancora più sorprendente. In media OCSE, un dirigente scolastico guadagna il 39% in più di un lavoratore con laurea. In Italia, il divario è molto più ampio: un preside guadagna il 94% in più di un laureato medio. È quasi il doppio. Un insegnante, invece, guadagna il 33% in meno di un laureato. La forbice è enorme.
Ciò crea una distorsione nelle carriere. Molti insegnanti ambiscono a diventare dirigenti non per vocazione pedagogica, ma per la differenza economica. E una volta diventati presidi, si trovano a gestire un ruolo sempre più amministrativo e burocratico, sempre meno legato alla leadership educativa. Il paradosso è che l’Italia paga bene chi dirige la scuola e male chi la fa vivere ogni giorno in aula.
Il confronto con l’Europa: chi sta peggio, chi sta meglio
Ma il dato italiano va letto con attenzione. Lo stipendio “dopo quindici anni” è identico a quello “dopo dieci”. In Francia, invece, la progressione continua: si parte da 48.700 dollari, si sale a 53.200 dopo dieci anni, a 54.800 dopo quindici e a 76.500 al top. In Germania, si arriva a 122.900 dollari al massimo della carriera. In Italia, il massimo è 66.000. Non c’è partita.
Anche il rapporto con i laureati è impietoso. Un insegnante italiano di scuola primaria guadagna il 36% in meno di un laureato medio. Uno di secondaria inferiore, il 33% in meno. Uno di secondaria superiore, il 29% in meno. La media OCSE è molto più vicina alla parità: gli insegnanti guadagnano tra l’87% e il 95% di un laureato. In Italia, sono molto sotto.
Perché accade: la struttura della carriera e il peso della dirigenza
La seconda è il ruolo del dirigente scolastico. In Italia, il preside è una figura dirigenziale dello Stato e la sua retribuzione include una componente fissa e una variabile, che può essere molto significativa. Ciò spiega perché lo stipendio italiano dei presidi sia così alto rispetto alla media OCSE, nonostante gli insegnanti siano pagati meno.
La terza è il contesto macroeconomico. L’Italia ha una spesa pubblica per l’istruzione inferiore alla media OCSE: 4,0% del PIL contro 4,2%, e 3,6% contro 3,9% per la spesa pubblica diretta. Questo limite di risorse si riflette soprattutto sugli stipendi dei docenti, che rappresentano la voce principale della spesa. I dirigenti, essendo meno numerosi, hanno potuto mantenere retribuzioni più elevate.
Le conseguenze: una professione poco attraente, una dirigenza “premiata”
Uno stipendio iniziale del 27% inferiore alla media OCSE e una carriera piatta rendono l’insegnamento poco attraente per i giovani laureati. Non è un caso che l’Italia abbia difficoltà a reclutare insegnanti qualificati in materie STEM e che il numero di candidati ai concorsi sia spesso inferiore ai posti disponibili in alcune regioni.
Se un insegnante non vede prospettive di crescita economica, è più probabile che lasci la professione dopo i primi anni. Il rapporto OCSE rileva che l’abbandono precoce è un problema in molti paesi, ma in Italia la combinazione di stipendio basso e carriera bloccata lo aggrava. E c’è un altro dato che pesa: il 40% degli insegnanti italiani di scuola secondaria ha più di 55 anni, contro una media OCSE del 25%. La popolazione docente è vecchia e il ricambio generazionale è lento.
Cosa si potrebbe fare: le possibili soluzioni
Le soluzioni non sono semplici, ma il rapporto OCSE indica alcune direzioni. La prima è rivedere la progressione di carriera, introducendo gradi o livelli che premiano il merito, la formazione e l’assunzione di responsabilità didattiche. Paesi come Singapore e Inghilterra hanno sistemi di progressione legati alla valutazione e allo sviluppo professionale. In Italia, il dibattito è aperto, ma i sindacati sono spesso contrari a sistemi di valutazione legati alla retribuzione.
La seconda è aumentare gli stipendi iniziali, per allinearli alla media OCSE. Questo richiederebbe un investimento significativo. Il PNRR ha previsto aumenti, ma il divario resta ampio. La terza è differenziare gli stipendi per materia e territorio, come fanno il Regno Unito e altri paesi, offrendo incentivi salariali per insegnanti di materie carenti e per chi lavora in scuole svantaggiate.
Una scuola che spende poco e paga male
Il rapporto OCSE non fornisce una scheda paese dettagliata per l’Italia in questa edizione, ma i dati delle tabelle permettono di ricostruire il quadro. L’Italia spende circa 14.981 dollari per studente nell’istruzione primaria e secondaria, contro una media OCSE di 16.075. È sotto la media, ma non drammaticamente. Il rapporto studenti-insegnanti è di 11 a 1 nella primaria e 10 a 1 nella secondaria inferiore, tra i più bassi dell’OCSE. Questo significa che le classi italiane non sono affollate, ma gli insegnanti sono pagati poco.
Una doppia anomalia tutta italiana
Il capitolo di Education at a Glance 2026 racconta, dunque, una doppia anomalia italiana. Da un lato, gli insegnanti sono sottopagati rispetto ai colleghi OCSE e, soprattutto, rispetto ai laureati italiani. Dall’altro, i dirigenti scolastici sono tra i più pagati al mondo. La combinazione crea una distorsione perversa: la professione docente non è attraente, la carriera è piatta, e l’unico modo per crescere economicamente è diventare dirigente, spesso a costo di allontanarsi dalla didattica.
La crisi di attrattiva della professione docente non si risolve solo con aumenti salariali, ma senza di essi è impossibile competere con il settore privato e con gli altri paesi europei. Il rapporto OCSE lo dice chiaramente: gli stipendi competitivi sono una condizione necessaria, anche se non sufficiente, per attrarre e trattenere insegnanti di qualità. L’Italia, su questo fronte, è ancora indietro.

