Tangenti per il Mose. Danno erariale di 7 miliardi di euro

di redazione 31/12/2019 AMBIENTE
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Le tangenti pagate dall'ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati per i lavori del Mose sono state un danno erariale. Lo ha stabilito una sentenza dei giudici della Corte dei Conti, quantificando il danno in 6,9 milioni di euro a fronte dei 21 milioni 750 mila euro contestati dalla Procura.

Soldi che i giudici chiedono non solo agli eredi di Mazzacurati, nel frattempo deceduto negli Stati Uniti, ma anche al suo vice di allora, l'imprenditore veronese ma romano d'adozione Alessandro Mazzi e allo stesso Consorzio Venezia Nuova, la rete di imprese concessionaria dello Stato per la realizzazione delle dighe mobili, oggi retta dal un pool di commissari nominati dalla prefettura di Roma d'intesa con l'Anac.

Il progetto per la creazione del Mose, il sistema di dighe che avrebbero dovuto contrastare l’acqua alta a Venezia, è stato avviato nel 2003 e non è ancora concluso, come ricordano i recenti allagamenti della città lagunare. Giuseppone era finito nell’inchiesta insieme, tra gli altri, all’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan. Per lui nel 2017 è arrivata anche la condanna della Corte dei conti: 5,8 milioni di risarcimento in favore della Regione. A questa condanna ne sono seguite altre. Sono i primi tentativi di recuperare il “danno” complessivo legato alle tangenti e quantificato in circa 33 milioni di euro.

 

 

Al giudice Giuseppone, in servizio fino al 2005 prima alla Sezione giurisdizionale poi presso quella di controllo della Corte dei conti veneta e ora in pensione, era stato contestato in sede penale di aver intascato somme fino a trecentomila euro l’anno dal Consorzio Venezia Nuova, per accelerare le pratiche relative al Mose ed evitare rallentamenti che avrebbero danneggiato le imprese. I soldi sarebbero passati attraverso il cosiddetto “fondo Neri”, dal nome del funzionario che avrebbe avuto il compito di consegnare le somme. Ma Giuseppone è stato anche accusato di aver partecipato, in sostanza, alla modifica di una deliberazione della Corte dei conti del Veneto: una “correzione” che ha ridimensionato i potenziali ostacoli in semplici richiami formali, e che sarebbe stata completata proprio nello studio del Consorzio dove sono stati rinvenuti due file: quello originario e quello “rivisto”.

La vicenda giudiziaria, dal punto di vista penale, è terminata per Giuseppone con un “non luogo a precedere” per la prescrizione del reato di corruzione: sono fatti accaduti tra il 2000 e il 2008. Nonostante ciò, la Corte dei conti ha deciso di avviare un procedimento contabile. Anzi, ha preso spunto dai contenuti dell’inchiesta e della sentenza di non luogo a procedere per sostenere l’accusa. 

La sentenza nei confronti dell’ex magistrato, che porta la firma del presidente Pino Zingale è molto dura. I giudici della competente Corte dei conti di Trento non fanno sconti all’ex collega del Veneto. Giuseppone viene definito infatti come uno “strumento di garanzia della complessa azione corruttiva”. L’addebito contestato è quello di “danno da disservizio”. In pratica, annotano i magistrati contabili, la “Corte dei conti si è trovata a sprecare risorse pubbliche per un’attività di controllo derubricata a mera liturgia formale, agevolativa nel raggiungimento di un risultato utile per i privati piuttosto che per la collettività”. E ancora, secondo i magistrati, nell’operato di Giuseppone “la funzione di controllo e verifica di legalità risulta essere stata sostanzialmente vanificata in favore del perseguimento degli interessi privati, asservita alle tutele di coloro la cui attività avrebbe dovuto essere, invece, destinataria del controllo, attraverso un complesso sistema corruttivo”. Per i giudici di Trento è innegabile il “comportamento illecito” di Giuseppone e il danno provocato alla Corte dei conti: in pratica le risorse “umane, strumentali e finanziarie” della magistratura contabile sarebbero state utilizzate “violando i canoni della legalità, dell’efficienza, dell’efficacia e della produttività, provocando un decremento nella produttività formale dell’amministrazione”.

Per calcolare la portata del risarcimento, allora, i giudici contabili di Trento sono partiti dai compensi di Giuseppone in qualità di magistrato: poco più di 900 mila euro complessivamente tra il 2000 e il 2008. E hanno quindi chiesto indietro la metà degli stipendi incassati: 450.149 euro, per l’esattezza. Una stangata per l’ex collega che avrebbe “tradito” i principi della magistratura contabile.


   


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