La la Land. Talento, ambizioni, emozioni. Un gran frullato di sogni per un Musical che delude proprio nella musica

di Emiliano Baglio 10/02/2017 ARTE E SPETTACOLO
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Su internet circola un video interessantissimo in cui vengono mostrate tutte le sequenze di La La land che richiamano altri film. Anche la pagina wikipedia dedicata alla pellicola elenca tutti i titoli omaggiati da Damien Chazelle. Per lo più le citazioni sono concentrate nelle sequenze musicali le quali, a conti fatti, non sono neanche così tante da giustificare l’etichetta di musical usata per La la land. Onestamente alcune similitudini tra l’opera di Chazelle ed altri tioli sono un po’ tirate per i capelli, altri sono omaggi sinceri, altri infine sono francamente imbarazzanti e rasentano il plagio. Viene allora naturale chiedersi quale sia il cuore pulsante di La la land, se si tratti di un copia ed incolla furbetto che fa leva sulla (presunta) scarsa memoria storica dello spettatore o se invece non sia un tributo sentito ad un’epoca d’oro nella quale Hollywood era veramente la fabbrica dei sogni.

La risposta probabilmente sta nella genesi stessa del film. Chazelle coltivava questo progetto dal 2010, quando era un’aspirante regista squattrinato che decise di riversare le proprie frustrazioni e speranze in una sceneggiatura scritta insieme all’amico Justin Hurwitz, autore delle musiche di entrambi i film girati dal nostro. Solo il successo di Whiplash ha permesso ai due di realizzare l’opera.

Quindi La la land nasce come rivalsa dei due nei confronti del mondo hollywoodiano ed in effetti le tematiche dei due film sono praticamente le stesse. Entrambe le opere di Chazelle raccontano storie di persone che attraverso il duro lavoro, la tenacia e le rinunce riescono a coronare i propri sogni di gloria. Certo la forma scelta è completamente diversa e alla fatica e al sudore di Whiplash si sostituisce la cornice romantica di La la land, incorniciato da un technicolor che fa esplodere in tutta la sua potenza il mondo coloratissimo, sognante e sfacciatamente pop immaginato dal regista. Fin qui tutto bene, Chazelle riesce ad indovinare una serie di sequenze straordinarie a partire dal piano sequenza iniziale che mette subito di buon umore lo spettatore e che è una vera gioia per gli occhi. Purtroppo però, inesorabilmente, il film si affloscia man mano che avanza lungo le sue due interminabili ore.

Chazelle non riesce minimamente a governare la materia, si dilunga inutilmente in alcuni passaggi ed appare superficiale in altri, in particolar modo quando arriva la crisi tra Sebastian (Ryan Goslin) e Mia (Emma Stone) che viene risolta sbrigativamente. Quando poi all’ennesimo provino di Mia parte l’ennesima canzone lo spettatore letteralmente non ce la fa più. Grazie al cielo il regista azzecca un finale perfetto che in pochi minuti mostra come sarebbe potuta andare la storia se le cose fossero andate diversamente, accumulando invenzioni visive in parte certo riprese da altri film ma per lo più originali e che dimostrano quanto talento abbia. Ma non è solo l’eccessiva e sfiancante lunghezza di una storia in fondo banale a deludere. Quella che più di tutte appare inadeguata è la parte musicale del film, il che per un prodotto del genere è un problema non da poco. Non parliamo solo di due attori legnosi che ballano goffamente (a differenza dei professionisti presenti nelle coreografie del film) con effetti ridicoli e disastrosi e che nulla hanno a che vedere con la leggerezza tipica del musical.

Parliamo soprattutto di una colonna sonora anonima che ripete gli stessi pochi temi sino allo sfinimento e di canzoni che si dimenticano un attimo dopo averle ascoltate mentre a distanza di decenni tutti noi siamo in grado di ricordare le musiche di Grease o di Cantando sotto la pioggia (giusto per citare due dei titoli omaggiati dal regista). Ancora peggio quando Sebastian disserta di jazz, la grande passione di Chazelle già al centro di Whiplash. Non si è sentito ridicolo neanche un attimo il nostro regista nello scrivere battute che esaltavano l’origine afro americana del genere e di metterle in bocca al solito bianco chiamato a risollevare le sorti di quella stessa musica? E cosa hanno a che spartire le musichette del film o l’orrendo funky del gruppo in cui milita Sebastian con il jazz di cui tanto si parla?

Per assurdo il miglior momento musicale del film è la sequenza della festa, a base di pop anni ’80, il che è tutto dire. Sicuramente La la land ha tutte le carte in regola per fare incetta di Oscar ma noi crediamo che a questo film sia mancato un buon musicista capace di scrivere canzoni adeguate e soprattutto un bravo produttore che lavorasse di forbice e che tenesse a bada il talento di Chazelle che c’è ed è tanto ma ha bisogno di ritrovare la potenza e l’asciuttezza che aveva mostrato in Whiplash.


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