Guerra in Medioriente. Il prezzo del petrolio e del gas schizza alle stelle. L'attacco di Trump ma l'Iran non stava per colpire interessi USA. La guerra per distrarre dagli EPSTEIN FILE
Il prezzo del petrolio prende il volo, scontando le tensioni geopolitiche legate all’attacco militare congiunto degli Stati Uniti e Israele all’Iran nel fine settimana per quello che secondo gli analisti potrebbe essere il preludio di un periodo di incertezza più lungo del previsto. Dopo aver toccato un rialzo massimo del 13%, alle 8 il Brent viene scambiato a 78,80 dollari con un progresso dell’8,28% mentre il West Texas Intermediate (Wti) passa di mano a 72,24 dollari al barile con un rialzo del 7,79%.
L’Iran è tra i principali fornitori di petrolio al mondo e il suo governo ha riferito di aver chiuso la navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, via marittima vitale per il trasporto del greggio, a seguito degli attacchi aerei americani e israeliani che hanno ucciso la Guida suprema, Ali Khamenei. Hormuz uno snodo di grande importanza attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale: circa 20 milioni di barili al giorno e quasi il 20% del Gnl totale, prevalentemente dal Qatar.
Almeno tre petroliere sono state danneggiate nella regione e i principali spedizionieri hanno dichiarato che eviteranno lo Stretto. Se la situazione di blocco dovesse persistere: il greggio potrebbe, secondo gli analisti, salire fino a 100-120 dollari, con effetti a cascata sui costi di carburanti ed elettricità. I ritardi nelle consegne del Gnl, in particolare, metterebbero in seria difficoltà Europa e Asia.
Questa mattina la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita, è stata attaccata da un drone, ha annunciato il ministero della Difesa di Riad. Le autorità hanno abbattuto il velivolo e non sono stati segnalati feriti. Il complesso ospita una delle più grandi raffinerie del Medio Oriente, con una capacità di 550.000 barili al giorno.
La situazioni si è fatta sentire sulle Borse asiatiche che hanno chiuso in netto calo. In rosso Tokyo (-1,35%). Sui mercati valutari lo yen torna a deprezzarsi sul dollaro, a un livello di 156,80, ed è stabile sull’euro poco sopra a 184. A contrattazioni ancora in corso giù Hong Kong (-2%), Shenzhen (-0,6%), Seul (-1%) e Mumbai (-1,8%). In controtendenza Shanghai (+0,5%).
IL PENTAGONO "SMENTISCE" TRUMP
Nessuna informazione in mano alla Difesa americana indicava la possibilità di un attacco iraniano agli Stati Uniti. La rivelazione pubblicata da Reuters, che cita funzionari del Pentagono sentiti nel corso di un briefing a porte chiuse al Congresso, domenica, smentisce le dichiarazioni allarmiste con le quali il presidente Donald Trump, nelle ultime settimane, ha preparato il Paese ai raid compiuti insieme a Israele contro la Repubblica Islamica. Non era vero, sostengono, che Teheran avesse in mente di sferrare attacchi preventivi alle basi Usa in Medio Oriente, tesi utilizzata dagli alti funzionari americani per giustificare l’azione che, confermano queste ultime indiscrezioni, è avvenuta in palese violazione del diritto internazionale.
Trump ha affermato che l’attacco, che dovrebbe durare settimane, mirava a impedire all’Iran di possedere un’arma nucleare, a contenere il suo programma missilistico e a eliminare le minacce per gli Stati Uniti e i suoi alleati. Tuttavia, i Democratici hanno accusato Trump di aver condotto una guerra per scelta e hanno attaccato le sue argomentazioni a favore dell’abbandono dei colloqui di pace che il mediatore Oman aveva definito ancora promettenti. Trump ha potuto agire attaccando il Paese mediorientale nascondendosi dietro alla tesi, evidentemente senza prove, che l’Iran fosse sulla buona strada per assicurarsi presto la capacità di colpire gli Stati Uniti con un missile balistico. Secondo le fonti, la sua affermazione sul missile non è supportata dai rapporti dell’intelligence statunitense e sembra esagerata.
Sull’immigrazione è stato il disastro più assoluto, finito con gli omicidi degli scherani dell’Ice e poi gli 80mila posti di lavoro persi in un anno come non succedeva dai tempi della Grande Depressione, per non parlare degli Epstein Files. Non gli resta che ricorrere a qualche colpo di teatro dal crescente effetto-shock”. Chi parla è Paul De Grauwe, economista della London School of Economics: in un’intervista a Repubblica, si dice convinto che “anche in questo settimo attacco armato lanciato da Trump, portato al massimo livello e alla massima visibilità mediatica, c’è alla base la componente del diversivo”. Dunque, usare l’attacco all’Iran come arma di distrazione di massa: per De Grauwe “sono troppi i colpi a vuoto che sta mettendo a segno in patria, specialmente nell’economia, a partire ovviamente dalla vicenda dei dazi appena bocciati dalla Corte Suprema“. E dallo scandalo degli Epstein Files, nell’ambito dei quali è stata anche interrogata la coppia Clinton. “È la prima volta che la guerra coinvolge praticamente tutti 1 Paesi dell’area del Golfo, accomunati dal tragico disagio di dover far passare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, proprio il braccio di mare che gli iraniani hanno chiuso con imprevedibili conseguenze”, prosegue l’accademico che sposa la teoria del diversivo, per una guerra sulla quale in Congresso Usa – peraltro – non si è ancora espresso e, probabilmente, non lo farà prima di mercoledì.
GUERRA PER OSCURARE GLI EPSTEIN FILE
L’idea che l’attacco al regime degli Ayatollah sia un altro tentativo del capo della Casa Bianca per distogliere l’attenzione dalla crisi interna, trova spazio tra commentatori e media critici del tycoon e anche su X, dove l’hashtag #epsteindistraction viene rilanciato da settimane, ben prima dell’attacco all’Iran del 28 febbraio. Sui social, in generale, è diventato virale il termine “Operation Epstein Fury”, utilizzato in contrapposizione al nome ufficiale dell’operazione militare (“Operation Epic Fury”). Molti utenti sostengono che Trump stia cercando di aumentare il proprio consenso interno per proteggersi proprio dalle implicazioni dei file, dai quali peraltro è risultato siano scomparse oltre 50 pagine in cui una donna, minorenne all’epoca dei fatti, aveva descritto abusi subiti proprio dal presidente in carica.
E anche un commento del 28 febbraio sul Guardian a firma di Christopher S Chivvis – esperto statunitense di politica estera e sicurezza nazionale e direttore di American Statecraft Program presso il think tank apartitico statunitense dedicato alla politica estera e alla cooperazione internazionale Carnegie Endowment for International Peace – sottolinea che “la sua escalation (di Trump, ndr) contro l’Iran arriva mentre si trova ad affrontare crescenti pressioni interne per aver attaccato i diritti civili dei cittadini statunitensi a Minneapolis, in un contesto di rinnovata attenzione sui dossier Epstein e a pochi giorni dalla bocciatura da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti della giustificazione legale della sua politica tariffaria globale. In quest’ottica, gli attacchi funzionano come una classica “guerra diversiva” – un tentativo di dirottare la narrazione globale e soffocare lo scandalo interno con il fragore dei missili da crociera”.

