Geopolitica del nuovo conflitto in Medioriente. Il ruolo dei Paesi musulmani vicini dell'Iran e la Russia di Putin?
Dopo l'attacco massiccio lanciato dagli Stati Uniti insieme a Israele contro obiettivi strategici iraniani, basi militari, centri di comando, infrastrutture considerate sensibili, e non solo (ieri Isarele ha bombardato anche una scuola elementare uccidendo più di 100 bambine), Teheran ha risposto aprendo un fronte che non si è fermato ai confini israeliani. Missili e droni hanno infatti attraversato il Golfo raggiungendo, o tentando di raggiungere, strutture in Bahrain, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Iraq. Paesi musulmani, in larga parte arabi, alcuni dei quali negli ultimi anni avevano perfino aperto canali diplomatici con l'Iran. Ed è proprio questo che ha generato smarrimento nell'opinione pubblica internazionale: perché colpire Stati che non sono Israele? Perché estendere il fuoco a governi che formalmente non avevano dichiarato guerra a Teheran? Per capirlo bisogna cambiare prospettiva e abbandonare la lente religiosa, che in questo caso non c'entra nulla. Non si tratta infatti di uno scontro tra sciiti e sunniti, né di una frattura interna al mondo islamico. La chiave è militare e strategica, non confessionale.
Gran parte dei Paesi colpiti ospita basi statunitensi, radar integrati nei sistemi di difesa americani, piste utilizzate dall'aviazione USA, comandi navali o infrastrutture logistiche che fanno parte dell'architettura di sicurezza costruita da Washington nel Golfo negli ultimi decenni. Quando gli Stati Uniti partecipano a un attacco diretto contro l'Iran, quelle installazioni non vengono percepite da Teheran come entità neutrali collocate su territorio straniero, ma come estensioni operative dell'offensiva. In altre parole, la geografia politica e la geografia militare non coincidono, e nella logica iraniana è la seconda a prevalere. Questo significa che, nel momento in cui il territorio iraniano viene bombardato, la risposta non può rimanere confinata a Israele, perché l'attacco non è stato considerato esclusivamente israeliano. È stato interpretato come un'azione congiunta che si appoggia a una rete regionale di alleanze e infrastrutture. Colpire quella rete, anche se si trova dentro Stati arabi e musulmani, diventa allora parte della stessa dinamica di ritorsione.
C'è poi un secondo elemento, più politico che tattico. Estendere la risposta a più Paesi significa rendere evidente che nessun alleato di Washington può considerarsi fuori dal conflitto se permette che il proprio territorio venga utilizzato come piattaforma militare. È una forma di pressione indiretta: trasformare il rischio militare in costo politico interno per i governi del Golfo, costringerli a interrogarsi su quanto sia sostenibile restare pienamente integrati nel dispositivo americano in una fase di escalation aperta.
Naturalmente questa strategia produce un effetto collaterale gravissimo, perché le basi non sono isolate nel vuoto. Si trovano accanto a città densamente popolate, a porti commerciali, ad aeroporti civili, a centri finanziari. Anche quando i sistemi di difesa intercettano i missili, l'eco delle esplosioni sopra capitali come Doha o Manama produce un trauma collettivo e altera la percezione di sicurezza. La distinzione tra "obiettivo militare legittimo" e "violazione della sovranità nazionale" diventa insomma profondamente sottile, quasi impraticabile sul piano politico.
In questo quadro si inserisce anche la dimensione economica globale: il Golfo non è soltanto un teatro militare, è il cuore energetico del pianeta. Lo Stretto di Hormuz rappresenta un passaggio essenziale per il commercio mondiale di petrolio e gas, ogni destabilizzazione prolungata in quell'area non resta un fatto regionale ma si ripercuote sui mercati, sulle forniture energetiche, sui prezzi, sugli equilibri finanziari internazionali. Colpire nel Golfo significa quindi non solo rispondere militarmente, ma segnalare che la guerra può avere conseguenze sistemiche.
Insomma, dire che l’Iran "sta attaccando altri Paesi musulmani" rischia di semplificare eccessivamente una dinamica molto più complessa. Teheran sta colpendo ciò che considera parte attiva o strutturalmente connessa all'attacco subito. Ma nel farlo, inevitabilmente, trascina dentro il conflitto Stati sovrani che rivendicano la propria autonomia e che ora si trovano sotto pressione, costretti a decidere se reagire, mediare o tentare una difficile neutralità. Il vero rischio, a questo punto, non è soltanto l'intensità degli scambi militari, ma la trasformazione progressiva del conflitto in una guerra regionale pienamente dichiarata, in cui ogni alleanza diventa una linea di fronte e ogni base straniera una possibile scintilla. Una guerra che raramente resterà circoscritta, ma che tenderà a espandersi seguendo le reti di potere, le alleanze e le infrastrutture.
Un altro amico cade e stavolta il funerale non è solo politico. Dopo Bashar Assad e Nicolás Maduro, ora Ali Khamenei. Uomini lontani tra loro. Uniti da un filo: Mosca.
Gli Stati Uniti e Israele colpiscono l’Iran al vertice. Uccidono la Guida suprema. Il Cremlino incassa un nuovo colpo alla sua rete di alleanze. E reagisce solo con una lettera. Vladimir Putin ha scritto al presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Raid e uccisioni mirate “sono una cinica violazione di tutte le norme della morale umana e del diritto internazionale”. Da che pulpito. La guerra che il leader russo ha scatenato in Ucraina contava le sue vittime anche mentre Israele e Usa facevano le loro in Iran. Tutti invocano il diritto internazionale. Tutti lo violano.
Le parole dello zar per Pezeshkian sono solenni. Il tono è grave. Le conseguenze, nulle. Putin rende omaggio a Khamenei. Lo chiama “statista di spicco”. Ricorda il “contributo personale” alla partnership strategica tra Mosca e Teheran. Esprime condoglianze. Solidarietà. Vicinanza. Ma non manda missili. Non manda sistemi di difesa antiaerea. Non manda uomini. Solo parole.
Perché l'attacco in Iran è un dilemma per la Russia di Putin
"È una situazione molto difficile per Putin", spiega a Fanpage.it Ruslan Suleymanov, già corrispondente della Tass dal Medio Oriente, oggi analista del New Eurasian Strategie Centre (NEST). "Da un lato non può permettersi uno scontro con Trump. Dall’altro, se resta in silenzio rischia di apparire un politico debole, soprattutto nel Sud globale". Si tratta quindi di alzar la voce ma non troppo. Evitando di accompagnare le parole con i fatti.
Irritare la Casa Bianca significherebbe alienarsi "chi sta aiutando la Russia a non perdere la guerra in Ucraina", afferma Suleymanov. Non tanto limitando l’aiuto a Kyiv e sostenendo obiettivi russi. Soprattutto, evitando di far pesare la propria forza militare per convincere Putin a chiudere la sua "operazione militare speciale" da due milioni di vittime senza aver raggiunto l’obiettivo di ridurre l'Ucraina a uno stato satellite. Significherebbe aver perso. Il regime potrebbe uscirne male. Washington conta per la stessa sopravvivenza politica di Putin.
La retorica del Cremlino resta intatta: mondo multipolare, fine dell’egemonia occidentale, difesa del diritto internazionale. La realtà è più scarna: "In pratica, Mosca non può intervenire in aiuto di Teheran. Punto", dice Suleymanov . D’altra parte, non ha obblighi di questo tipo verso l’Iran. Il trattato di "Partenariato strategico comprensivo" firmato nel gennaio 2025 mica è una vera alleanza militare. Non include alcun impegno di difesa reciproca che imponga a una delle parti a intervenire se l’altra viene attaccata. Niente "articolo 5". Khamenei muore. Il Cremlino protesta. Ma guarda altrove.
Sempre meno paesi credono alla narrazione di Mosca
Per anni Mosca ha parlato di Sud globale, di asse alternativo, di fronte anti-occidentale. Iran, Venezuela, Siria. Un mosaico. Il mosaico si è sfaldato. "L’assassinio di Khamenei è un nuovo colpo alla presunta unità di un Sud del mondo ispirato da Putin", dice Suleymanov. "Sempre meno Paesi credono davvero a quella narrazione".
Marianna Belenkaya, analista con un passato al ministero degli Esteri di Mosca, in merito ha le idee chiare: “Altro che ‘multipolarismo’”, commenta a Fanpage.it. “Anche ai Paesi più disponibili nei confronti di Mosca appare sempre più chiaro che quella della Russia è pura politica di potenza. Guarda esclusivamente al proprio interesse. Non si affanna certo a difendere gli altri”. E interesse primario della Russia, oggi, è di non arrivare a uno scontro con gli Stati Uniti. Balenkaya concorda con Suleymanov: “Per l’Iran, Putin non voleva né poteva fare proprio nulla”. Non che qualcuno ancora si illudesse, dopo l’inazione seguita al blitz USA in Venezuela e al sequestro di Maduro.
Medio Oriente più lontano (ma non troppo)
Il Cremlino perde terreno nella regione mediorientale. Da tempo. La caduta del regime di Bashar Assad in Sira è stato un segnale chiaro. L’invasione dell’Ucraina ha prosciugato risorse, attenzione e credibilità. “La Russia ha iniziato a perder forza in Medio Oriente dal 2022”, osserva Suleymanov. Eppure non è sparita. Vende armi, energia, grano. L’Egitto compra a man bassa. Gli Emirati commerciano. L’Algeria tratta. E i numeri crescono. Fatto sta che nel dicembre 2025, all’Assemblea generale dell’Onu, nessun Paese arabo ha votato per condannare l’aggressione russa all’Ucraina, ha notato Suleymanov in un suo recente articolo per il think tank Carnegie. Nel 2022 i voti erano sedici. Poi dieci. Poi sempre meno. Infine, zero.
Il “merito” per questo schieramento pro-Putin al Palazzo di vetro però non è da attribuire a Mosca. È tutto degli USA e dei suoi più stretti alleati La guerra a Gaza ha cambiato l’umore. I doppi standard percepiti hanno fatto il resto. Molte capitali arabe vedono nell’Occidente un giudice severo con Mosca e indulgente con Israele. Mosca sfrutta la crepa. Non offre ideologia. Offre energia, armi e canali commerciali. Però l’Iran non è un cliente come gli altri. È un simbolo. Era un pilastro. Ora tutto dipende da chi prenderà il potere. Un nuovo Iran anziché a Mosca potrebbe guardare altrove.
La perdita di un partner chiave per il Cremlino e il bottino invisibile
Sul piano politico-militare, il Cremlino sta perdendo un partner chiave. Sul piano della propaganda, qualcosa può guadagnarci. E la propaganda è la base del sistema-Putin, nella sua proiezione interna come in quella internazionale. “Teoricamente quel che sta succedendo con l’attacco di USA e Israele all’Iran gioca a favore di Putin”, nota Suleymanov. “Sarà più facile per la propaganda russa giustificare le violazioni del diritto internazionale in Ucraina”. Ogni accusa contro Mosca potrà ricevere una risposta breve: e l’Iran? E Gaza? E il Venezuela? Si chiama “specchio morale”. Tattica di cui i russi sono abili veterani.
Le violazioni americane e israeliane del diritto internazionale, con il consenso di fatto di gran parte dell’Occidente, offrono al Cremlino un argomento. Non assolvono. Ma confondono. È un bottino sottile, quello che la Russia di Putin può prendersi in questa guerra in Medio Oriente: l’erosione della credibilità altrui. In teoria. Perché nel mondo reale, Putin resta vincolato. “Non può ottenere nulla in Ucraina senza un’approvazione da parte di Trump”, sottolinea Suleymanov. Tutto gira ancora intorno al conflitto che quattro anni fa ha cambiato il mondo. La forza di Mosca oggi è relativa. La sua autonomia, limitata.
Intese nell’ombra?
Resta un sospetto: ci sono stati accordi informali? Una tacita luce verde da Mosca agli americani? Suleymanov è scettico. “Trump non ha tenuto conto del punto di vista russo. Al contrario, ha dimostrato chi comanda”. L’uso della forza è anche un messaggio a Putin. Difficile che lo convinca ai compromessi necessari per una pace giusta con Kyiv. Ma alimenta il timore di un isolamento dal comprensivo partner d’oltreoceano.
Belenkaya non esclude che ci siano stati contatti ad hoc. “Gli uomini del Cremlino e quelli della Casa Bianca si capiscono molto bene”, commenta. “Negli ultimi incontri, gli inviati di Trump Witkoff e Kushner hanno parlato con l’emissario di Putin Dmitriev più di Iran che di Ucraina”. Parlare non significa concordare. Ma indica la presenza di un canale russo-americano aperto da un bel po’, sul Paese sciita.
La lezione per Putin
È una lezione dura. Due anni fa Mosca in Medio Oriente perdeva la Siria. Ora vede colpito l’Iran. Sui futuri rapporti di Putin con chi prenderà il posto di Khamenei è presto per fare scommesse. Belenkaya, insieme a molti altri osservatori, sottolinea che il cambiamento di regime può avvenire solo dall’interno. Le rivoluzioni imposte da fuori lasciano solo macerie. Non si può ancora parlare di un nuovo potere a Teheran.
Putin guarda la mappa. Gli amici diminuiscono. La retorica resta. Il mondo multipolare gli appare più stretto. Ha ancora carte. Da quella dell’energia fino al veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ma ha meno illusioni.
La lettera a Pezeshkian è stata la maggior risposta del Cremlino all’eliminazione di un suo alleato. A volte le parole bastano. Altre volte mostrano il limite del potere. A Mosca, circola una domanda che nessuno formula ad alta voce: quanto può ancora contare la Russia quando le bombe cadono sui suoi amici e lei resta a guardare?

