1992 1995. Sarajevo sotto assedio. All'inferno della Bosnia parteciparono anche dei cecchini in trasferta. "Lo facevano come un safari". Molti gli italiani

di redazione 19/11/2025 TUTTI
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Ritrovarsi a Trieste, prendere un aereo e volare a Sarajevo per sparare a donne e bambini, pagando le milizie serbe appostate sulle colline. Come un incubo orribile, dopo 30 anni, riemerge la storia dei “cecchini turisti”, fra cui “molti italiani”, che durante la guerra nell’ex Jugoslavia partivano per la loro caccia disumana.
 
“Il cecchino con il primo colpo li feriva gravemente, il corpo della vittima rimaneva così agonizzante sulla strada e cominciava l’attesa dei soccorsi. La crudeltà consisteva nell’attendere che qualcuno arrivasse per aiutare la vittima e aggiungere qualche altra uccisione alla prima”. Una pratica terrificante, che – secondo la denuncia contenuta in un esposto presentato alla procura di Milano – seguiva un copione dell’orrore: i bersagli, prevalentemente musulmani, bambini, donne – quelle più attraenti – non venivano uccisi al primo colpo. Prima si puntava, poi si sparava e cominciava l’attesa: i feriti morenti a terra e all’arrivo dei soccorsi ricominciava la carneficina. E per sparare a un bambino c’è anche chi era disposto a pagare di più. Nel testo del documento che ilfattoquotidiano.it ha potuto leggere si accusano presunte pratiche avvenute durante il terribile assedio di Sarajevo, dal 1992 al 1996 e su cui ora indaga la procura di Milano. Oltre undicimila morti, duemila erano bambini. Ma in tutto il Paese la guerra civile contò oltre 100 mila vittime. Sono 17 le pagine che compongono l’esposto presentato dallo scrittore milanese Ezio Gavazzeni il 28 gennaio scorso alla procura di Milano. “Durante l’assedio di Sarajevo – scrive Gavazzeni – furono attivi centinaia di cecchini serbi che, dalle colline intorno a Sarajevo, sparavano sui malcapitati civili. I bersagli preferiti erano i bambini. Lo scopo: infliggere più dolore possibile agli abitanti della città. Ricchi stranieri – continua lo scrittore sempre nell’esposto – hanno pagato per visitare i cecchini dell’esercito serbo bosniaco e sparare alle persone inermi nella capitale Sarajevo durante la guerra del 1992-96, quando la città era sotto assedio. In una testimonianza è riportato che tra questi ci fossero degli italiani: un uomo di Torino, uno Milano e l’ultimo di Trieste”.
 

“Per sparare pagavano ingenti somme”

Secondo l’esposto, era un’organizzazione a portare i “turisti”, gran parte dal Triveneto, sulle colline di Sarajevo, per poter sparare alla popolazione civile. Una città, quella di Sarajevo, cinta da montagne alte oltre duemila metri, che poi digradano in dolci colline che hanno fatto da teatro a questo orrore. I turisti, chiamati i “cecchini del weekend”, arrivavano qui il venerdì, rimanevano due-tre giorni, poi ripartivano la domenica per tornare alla loro vita normale il lunedì. Per sparare – è l’accusa – pagavano ingenti somme. Gente dedita alla caccia, appassionati di armi, appartenenti all’estrema destra, ma soprattutto gente facoltosa che pagava per ammazzare le persone. Le partenze avvenivano da Trieste, il venerdì pomeriggio, con la compagnia aerea serba Aviogenex. Lo scalo successivo era a Belgrado. Poi da qui, via sulle colline di Sarajevo.

In un articolo della Stampa del 30 marzo 1995 si parla di persone che “da alcuni aeroporti europei (tedeschi e inglesi) prenotano ‘fine settimana di guerra’ per la ex Jugoslavia. Il programma prevede la possibilità di caccia grossa. ‘Ti portano lì, in alto, sulle colline, protetto da sacchi di sabbia, o blindature di cemento, inquadri una sagoma nel mirino e spari”. In un altro articolo del Corriere della Sera sempre del 30 marzo 1995 dal titolo “Vacanze in Bosnia per fare la guerra”, si parla di “turisti italiani che vanno nella ex Jugoslavia per assistere ai combattimenti. E c’è chi si diverte uccidendo”. Ma a far luce su queste atrocità è stato il documentario Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanič. “Il film parla di ricchi stranieri che hanno pagato soldi per sparare ai civili dalle posizioni dell’esercito della Repubblica Srpska (RS) nella Sarajevo assediata durante gli anni ’90”, si legge sempre nell’esposto di Gavazzeni.

Uno dei testimoni chiave del documentario racconta che “quando è iniziata la guerra, ha ricevuto una proposta da un’agenzia americana per attraversare il paese come finto giornalista. Andando in giro come “giornalista”, ha acquisito molte informazioni ed è venuto a conoscenza di veri “cacciatori di esseri umani” che venivano a Sarajevo”. Si trattava di stranieri, alcune fonti parlano di americani, canadesi e russi, ma anche di italiani, che erano disposti a pagare per giocare alla guerra. Nel documentario c’è un altro testimone, ex ufficiale dell’intelligence militare bosniaca, che ha parlato della testimonianza di un soldato serbo catturato. Costui gli avrebbe riferito di aver assistito in prima persona al trasporto di uno dei “cacciatori”. “All’epoca – racconta l’ex ufficiale – lavoravo nel servizio di intelligence militare dell’esercito bosniaco (ARBiH). Condividemmo le informazioni con gli ufficiali del Sismi (ora Aisi) a Sarajevo perché c’erano indicazioni che gruppi turistici di cecchini – cacciatori stavano partendo da Trieste”.

I clienti, sostengono fonti a ilfattoquotidiano.it, erano persone molto ricche “che possono permettersi economicamente una sfida così adrenalinica”. Si sostiene che ci fosse anche un titolare di una clinica estetica di Milano. Un presunto “safari umano”, illegale e molto costoso. “È certo – continua l’ex ufficiale – che gruppi di cacciatori si riunivano a Trieste e da lì arrivavano in Serbia, e poi dalla Serbia a Sarajevo. Quello che sappiamo dell’operazione è che è durata abbastanza a lungo (forse dal 1993 al 1995), che ha richiesto una logistica significativa (trasporto in aereo da Trieste, elicottero e veicoli dalla Serbia attraverso la zona di guerra fino a Sarajevo), che è stata raggiunta un’elevata segretezza e che l’organizzazione è stata molto buona”. Per organizzare i presunti safari, “sono state utilizzate le infrastrutture dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex, che aveva una filiale a Trieste”. Oggi quell’ufficio è chiuso. Tuttavia gli 007 bosniaci ritenevano che dietro a tutto ci fosse il servizio di sicurezza statale serbo (l’attuale BIA) e che fosse coinvolto anche il servizio di intelligence militare serbo (KOS) con l’assistenza di comandanti locali nella parte occupata.

“I turisti cecchini erano molto ricchi”

Ma quale sarebbe il profilo del “turista cecchino”? In una corrispondenza tra Gavazzeni e l’ex ufficiale bosniaco, quest’ultimo risponde così alle domande dello scrittore: “Un cacciatore appassionato che ha già provato tutti i tipi di safari classici (legali) e ha tutti i trofei, e poi per il bisogno di adrenalina cerca anche una testa umana come trofeo; una persona che ama le armi ed è allo stesso tempo un tipo psicopatico; un ex soldato che non riesce a fermarsi dopo essere stato su alcuni campi di battaglia; il tipo sadico che sperimenta modi per infliggere danni ad altre persone. In ogni caso – continua – sono tutti appartenenti alla cerchia di persone ricche e probabilmente influenti nelle loro comunità. Hanno le risorse legali (avvocati) per proteggersi da un’eventuale indagine, ma anche l’influenza politica per ostacolare un’eventuale indagine”. Secondo l’ex ufficiale, nonostante il safari fosse stato scoperto, “nessuno degli attori è stato ancora identificato o perseguito. Inoltre, ancora oggi, i testimoni sono sottoposti a pressioni da parte dei servizi serbi per mantenere segreta l’intera operazione. Per esempio, durante la preparazione del film, era prevista un’intervista con un pilota di elicottero che trasportava i “cacciatori” da Belgrado alla BiH – Bosnia-Erzegovina ndr – ma prima delle riprese ha rinunciato, perché gli agenti della BIA hanno minacciato di uccidere tutta la sua famiglia”.

Dopo l’uscita del film del regista sloveno, Benjamina Karić, sindaco di Sarajevo dal 2021 al 2024, il 20 settembre 2022, ha presentato un esposto alla procura della Bosnia – Herzegovina. “I ricchi stranieri – scrive – che avrebbero pagato un certo compenso, furono abilitati e autorizzati a sparare ai civili nella parte libera della città dalle postazioni dell’esercito della Repubblica Srpska. Le vittime erano civili, innocenti passanti che, andando a prendere acqua e pane, si ritrovarono sotto il tiro dei cecchini di questi crudeli stranieri”. Secondo un anonimo ufficiale dei servizi segreti sloveni, che ha assistito all’evento, “per sparare a un bambino con un cecchino è stato dato addirittura un compenso monetario più alto”.

 
 
Ricordi tragici e voci che nelle ultime settimane si rincorrono.
A riaprire il vaso di Pandora è stato un esposto presentato alla procura di Milano dallo scrittore giornalista Ezio Gavazzeni. Partito da un documentario del 2022, “Sarajevo Safari”, di Miran Zupanic, ha iniziato a scavare. E ha raccolto testimonianze importanti, comprese quelle di un ex ufficiale bosniaco ("Il Sismi fu informato e bloccò quei viaggi") e dell’ex sindaca della città, Benjamina Karic, che dopo il documentario presentò denuncia. Il pm Alessandro Gobbis, che conduce l’inchiesta affidata al Ros (l'ipotesi di reato è omicidio plurimo aggravato da motivi abietti e crudeltà, finora il fascicolo è senza indagati), sentirà Gavazzeni nei prossimi giorni. E poi potrebbe ascoltare anche l'ex sindaca, che si è già detta disponibile a raccontare la sua versione.
 
Ecco il drammatico interrogatorio cui fu sottoposto in aula.
 
Domanda dell’avvocatessa Isailovic: Nella sua dichiarazione lei parla di “turisti tiratori”. Subito dopo, parla di “borgomastri” che pagavano per andare a Sarajevo a sparare alle persone dal lato serbo. Signor Jordan, ricorda di aver detto questo nella sua dichiarazione, nell’agosto dello scorso anno?
Risposta: Sì, signora.
Domanda: Può dirci da dove provenivano, all’epoca, queste informazioni?
Risposta: Avevo assistito, in più di un’occasione, alla presenza di persone che non mi sembravano del posto, per il modo in cui erano vestite, per le armi che portavano e per il modo in cui venivano “gestite”, cioè guidate dai locali. Ho visto questo a Sarajevo in diverse occasioni. Alcuni dei miei uomini lo avevano visto anche nella zona di Mostar. Il termine “borgomastri” è un’espressione gergale che si riferisce al fatto che la Croazia era alleata e amichevole, per esempio con la Germania — è da lì che provenivano quei “turisti”, da quel lato. Dalle nostre parti era difficile portare un turista a Sarajevo per sparare in salita, quindi i turisti sparavano in discesa.
Domanda: Capisco che lei abbia stabilito una distinzione visiva tra i locali e gli stranieri a Sarajevo. È ciò che si deduce dalla sua dichiarazione. È corretto? Ha effettivamente fatto questa distinzione?
Risposta: Si può dedurre dalla mia dichiarazione che io sono un osservatore addestrato e in grado di riconoscere quando una persona — chiaramente non familiare con un’area — viene letteralmente condotta per mano da persone che invece la conoscono bene. Da qui nasce il termine “turista tiratore”: non era del quartiere, non portava armi tipiche del quartiere.
Domanda: Esatto. Lei ha visto queste persone “al lavoro”?
Risposta: Io non ho mai visto uno di questi “turisti tiratori” sparare. Li ho solo visti spostarsi, accompagnati, attorno a posizioni di cecchini note. Non li ho mai visti sparare effettivamente. Ma era chiaramente evidente che la persona condotta da uomini che conoscevano il terreno ne era del tutto estranea, e il suo abbigliamento e le armi che portava mi portavano a credere che si trattasse di “turisti tiratori”. È un’espressione che ho sentito per la prima volta a Beirut, dove avevamo osservato lo stesso fenomeno lungo la “linea verde”.
Domanda: Sì, esattamente. Come erano vestiti questi “turisti tiratori”?
Risposta: Indossavano abiti misti, civili e militari, ma ciò che li distingueva era soprattutto l’arma. Chiunque può andare in un negozio di surplus militare e vestirsi come un soldato di qualsiasi esercito. Ma i locali avevano armi specifiche; quando vedevi qualcuno con un’arma che sembrava più adatta alla caccia al cinghiale nella Foresta Nera che al combattimento urbano nei Balcani, e quando si capiva che era impacciato nel muoversi tra le macerie, era evidente: se cammina come un’anatra, parla come un’anatra, è un’anatra.
Domanda: Solo un’ultima domanda. Dove ha visto queste persone muoversi con le armi? In quale quartiere di Sarajevo?
Risposta: In alcune occasioni ho visto individui con quel profilo mentre visitavo i pompieri serbi a Grbavica, e in un paio di altre occasioni li ho visti in varie zone del territorio BSA (Armata Serbo-Bosniaca), da diverse postazioni di osservazione che occupavo per controllare i miei pompieri.
Domanda: Restiamo sullo stesso argomento. Passiamo ora al paragrafo 42.
Giudice Robinson: E ora deve avviarsi alla conclusione del suo controinterrogatorio, signora Isailovic. Le abbiamo concesso più tempo del previsto.
Sig.ra Isailovic: Grazie, Vostro Onore. Le pongo subito l’ultima domanda. Signor Jordan, ha avuto modo di rivedere la sua dichiarazione? Tra le altre cose, lei parla di “bersagli” e dice che, se una famiglia camminava per strada, veniva colpito sempre il più giovane; e che, in un gruppo di ragazze, sembrava che la più attraente fosse quella che veniva colpita. La mia domanda è: secondo lei, quali criteri di selezione avevano questi tiratori? Perché sceglievano la ragazza più attraente?
Risposta: Solo Dio lo sa, signora. Per quanto riguarda l’uccisione di bambini, nel corso degli anni siamo intervenuti in numerose scene in cui un membro della famiglia, mentre svolgeva le proprie attività, veniva colpito. Molto spesso era il più giovane. Una cosa che si insegna a un cecchino militare è che l’uccisione non è necessariamente il fine ultimo: la distruzione lo è. Se uccidi un uomo, è finita. Se lo ferisci, quattro persone devono portarlo via. Quando prendi di mira civili, in particolare famiglie — musulmane o meno — sparare a un bambino ha l’effetto di devastare l’intera famiglia. Nelle famiglie musulmane più devote, alcune delle quali vivevano a Sarajevo, anche se un proiettile veniva da chissà dove e uccideva tuo figlio, l’effetto era quello di distruggere la famiglia. Uno degli insulti peggiori che si possano dire a Sarajevo è: “Non sei un uomo”. Se qualcuno uccide tuo figlio, anche da 800 metri di distanza con un fucile, e tu non hai potuto difendere la tua famiglia, non sei un uomo. Quello sparo solo ha distrutto quella famiglia. Tutti ne restavano completamente devastati.
Domanda: Grazie, signor Jordan. Ma ricorda un episodio specifico in cui qualcuno abbia sparato a una folla e sia stata colpita proprio la ragazza più attraente?
Risposta: Sì, in più di un’occasione ricordo episodi di questo tipo. Non saprei come descrivere due anni passati a vedere continuamente queste cose. Non posso ricordare tutte le date o i dettagli. Era semplicemente la vita quotidiana a Sarajevo per due anni e mezzo.



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