Dj Ahmet
Una favola musicale sull'amore tra due giovani tra tradizione e modernità.
Vincitore del Premio Speciale della Giuria e del Premio del pubblico al Sundance film festival del 2025.
C’è poco da fare il desiderio di libertà dei ragazzi è uguale ovunque.
Anche nella campagna sperduta della Macedonia del Nord tra la minoranza turca degli Yuruk dove vivono Ahmet (il non professionista Arif Jukup) ed Aya (Dora Akan Zlatanova).
Ahmet ci viene presentato mentre è a scuola, cuffiette nelle orecchie condivise con il compagno di banco i due ballano felici ai ritmi dance.
Entra il professore, chiama il suo nome e si alzano in quattro.
Il nostro protagonista viene tolto dalla scuola dal padre; dovrà occuparsi del gregge e dell’adorabile fratellino Naim che ha smesso di parlare da quando è morta la madre dei due.
Già nel suo folgorante incipit è racchiusa la cifra stilistica e le tematiche affrontate da Dj Ahmet, esordio al lungometraggio di Georgi M. Unkovski nonché uno dei film rivelazione dell’anno.
Da una parte la modernità (la scuola), dall’altra la tradizione (le pecore), il tutto affrontato con un’irresistibile dose di ironia al ritmo di quella musica che è l’unica via di fuga per questi ragazzi.
Il trantran quotidiano di Ahmet viene sconvolto quando nel villaggio torna, direttamente dalla Germania, Aya, la bellissima nipote della vicina di casa.
Basta uno sguardo da lontano perché il nostro, inevitabilmente, si innamori della giovane ma la scintilla definitiva scocca poco dopo quando i due si rincontrano ad un rave illegale; peccato che proprio quando Ahmet cominci a lasciarsi andare al ritmo dei dj irrompano le sue pecore, scappate dal recinto portando scompiglio e rovinando la festa.
Dj Ahmet, speriamo lo si sia capito, è un continuo di trovate geniali e divertentissime.
Si ride, parecchio e di gusto.
Tra le tante intuizioni felici impossibile non citare il coro, quasi greco, delle comari intente a spettegolare che introducono e a volte commentano la vicenda, pronte però a fuggire via per vedere l’ennesima replica del loro sceneggiato preferito.
Oppure la figura dell’Imam alle prese con la tecnologia che ci regala le sequenze più divertenti della pellicola.
L’ironia del regista però non ha mai il sapore della cattiveria, Unkovski descrive un mondo in trasformazione e che evidentemente conosce bene, con uno sguardo pieno di affetto.
La modernità si sta affacciando alle porte di questo sperduto villaggio.
C’è Facebook, usato appunto dal nostro Imam per scopi evidentemente poco religiosi e molto mondani, c’è la ricerca di una rete wi-fi alla quale connettersi per usare tik tok e chattare con l’amata Aya, c’è soprattutto la musica di una splendida colonna sonora che unisce i brani dance dei C.U.T. alle tracce scritte per il film dai fratelli Sinkauz che uniscono le sonorità tradizionali con i ritmi moderni.
Se, come sempre, sono i giovani ad incarnare il cambiamento e la voglia di libertà, l’altra faccia della medaglia è rappresentata dagli adulti.
Così Aya è destinata ad un matrimonio combinato; mentre il padre dei due fratelli, incapace di esprimere il suo dolore, porta il piccolo Naim da un guaritore.
Unkovski riesce a raccontare tutto questo con lo stesso calore della sua fotografia, con leggerezza ed inventiva e mette in scena la storia di un amore che sappiamo impossibile e di un cambiamento in atto, riuscendo abilmente ad evitare le trappole della retorica e della banalità.
Esemplare in tal senso è il finale del film che evita abilmente il vissero felici e contenti e si muove piuttosto su un binario diverso.
Da un lato ribadendo l’importanza per i giovani di seguire la propria strada anche a costo di rinunce, dall’altra ricomponendo il nucleo familiare di Ahmet con il padre che finalmente, fa uscire fuori il proprio dolore.
In fondo per essere felici basta trovare al mattino una colazione pronta ed un paio di casse per ascoltare la musica mentre si è al pascolo e ricordarsi sempre che, come dice Naim appena ricomincia a parlare, “quando abbiamo un problema quello che più importa è non essere soli”.
EMILIANO BAGLIO