Un film fatto per Bene
Torna Franco Maresco, la scheggia impazzita del nostro cinema.
Parlare della nuova opera di Franco Maresco vuol dire rischiare di cadere in una serie di luoghi comuni, per altro tutti veri, riguardo questa scheggia impazzita del cinema italiano (e non solo).
Quando Andrea Occhipinti, esasperato dai continui ritardi e dalle spese folli, pone fine alle riprese del nuovo film di Maresco, ispirato a Carmelo Bene, il nostro regista scompare misteriosamente nel nulla.
Sarà l’amico di sempre Umberto Cantone (regista ed attore di teatro) a mettersi sulle sue tracce, interrogando amici e collaboratori di sempre nel disperato tentativo di riportarlo sul set.
Comincia così un viaggio che è anche un raffinato gioco di scatole cinesi.
Un film fatto per Bene si avventura sul rischioso crinale del falso documentario; tutto sembra improvvisato mentre invece, ovviamente, non c’è nulla in questa strano oggetto che sia affidato al caso.
Innanzitutto il film diventa l’occasione per esplorare il modo stesso in cui Maresco concepisce il proprio cinema.
Partito per realizzare un film su Carmelo Bene, ben presto Maresco cambia direzione e sembra piuttosto interessato a mettere in scena la vita di San Giuseppe da Copertino al quale lo stesso Bene aveva dedicato una sceneggiatura mai realizzata.
In questa prima parte di Un film fatto per Bene, ritroviamo l’estetica di Maresco così come la conosciamo dai tempi lontani di Cinico Tv.
L’uso del bianco e nero, la galleria di volti e corpi assurdi e deformi trovati chissà dove, il corteo di storpi e sdentati che trasporta Santa Rosalia, al seguito di questo santo/idiota interpretato da un non attore afasico, sulle montagne intorno a Palermo.
È forse il Maresco più classico e più puro, quello che mette in scena una galleria di corpi mostruosi sbattendoci in faccia quella realtà, violenta, graffiante e grottesca che aveva lacerato l’Italia degli anni ‘90 approdando in prima serata sulla Rai come “un calcio in culo alla cultura” come ebbe a definirla lo stesso Carmelo Bene.
Al tempo stesso assistiamo ad un vero e proprio backstage che è, sia quello del presunto film su Carmelo Bene, tanto quanto del film vero e proprio al quale assistiamo.
C’è da perdersi nel labirinto costruito dal regista che non ha paura di mettersi in gioco in prima persona affondando la lama tanto sui colleghi, tirati in ballo con nomi e cognomi e spesso in carne ed ossa, quanto su sé stesso in un’autoanalisi impietosa nella quale vengono svelati tic, manie e fragilità.
Al gioco si prestano gli amici ed i collaboratori di sempre, a partire dalla voce del produttore Occhipinti siano ad arrivare al critico Francesco Puma definito “la persona più cretina che abbia mai conosciuto”.
Maresco non conosce ostacoli e tira dritto contro il panorama cinematografico contemporaneo che, evidentemente, lo disgusta, e che lo ha portato a rifiutare anche premi prestigiosi, mentre nel suo tritacarne finiscono tanto i giornalisti, ai quali si presenta come il Carmelo Bene del 21° secolo, quanto Marzullo “uno che in un paese normale venderebbe pop-corn e Coca Cola”.
In questo viaggio c’è anche spazio per una vera e propria carrellata sulla sua stessa carriera, con tanto di inediti dietro le quinte rubate proprio a quel mitico Cinico Tv, sino alla censura, il “divieto a tutti” subito da Totò che visse due volte che fu anche l’inizio della fine del sodalizio con Daniele Ciprì.
Esaurite le riprese all’aperto Maresco si sposta in un teatro per mettere in scena l’incontro tra Carmelo Bene ed il Professor Gaetano Mascellino ma anche qui non conclude nulla, perdendosi in infiniti ciak come quelli, assurdi ed irresistibili, che aveva dedicato al Santo che balla come un indiano d’America intorno al fuoco con un Pulcinella Nano al seguito.
A Maresco forse piace girare in tondo, come nel rito della rotatoria percorsa tre volte insieme al suo autista tuttofare Francesco Conticelli che intervalla ogni frase con le sue lodi al Signore.
Insomma un turbinio di invenzioni come la straordinaria partita con la morte (Antonio Rezza) che non comincia mai sino a quando il triste mietitore, stufo, non sbotta con un “Ma sai giocare a scacchi?”.
Alla fine si torna all’ovile, negli studi di Tvm dove il nostro a aveva mosso i primi passi e nei quali cerca di finire il film chiamando a sé gli “attori” di sempre, dei cani infami con cui, ovviamente, è impossibile concludere qualcosa.
Dal Pasolini delle prime sequenze si passa a Bergman e si finisce con un pavimento a scacchi rubato al Lynch di Twin Peaks.
Sino alla scomparsa di Majorana, messa in scena da Maresco ritiratosi in convento, che risponde all’amico Cantone da dietro una porta con un linguaggio fatto di colpi sulla porta.
Sino ad un finale inaspettato, bellissimo e poetico, un viaggio tra le nuvole nel quale Maresco non perde il gusto per la battuta dissacrante e finisce per il chiedere “Ma il Palermo che ha fatto?”.
EMILIANO BAGLIO

