Pernigotti. Cassa integrazione e marchio ai turchi di Toksov. Lo stabilimento di Novi Ligure in smantellamento

di redazione 06/02/2019 ECONOMIA E WELFARE
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Pernigotti, un pezzo importange dell'industria alimentare italiana sembra giungere all'epilogo.

 Martedi 5 febbraio i sindacati hanno firmato l'accordo per la cassa integrazione che di fatto sancisce la fine della produzione nello stabilimento di Novi Ligure, mentre la proprietà turca mantiene la proprietà del marchio ed esternalizza la produzione. Ovvero esattamente la strada che il governo Conte, con il ministro Luigi Di Maio aveva promesso che sarebbe stata scongiurata.

In serata l'azienda in un comunicato spiega che «è stato raggiunto l'accordo con sindacati ed Rsu relativo all'avvio della procedura di Cassa integrazione guadagni Straordinaria per 92 dipendenti dello stabilimento di Novi Ligure ». Si parte il 6 febbraio per dodici mesi: l'azienda, nell'incontro al ministero del Lavoro, ha ribadito «il proprio impegno a limitare quanto più possibile l'impatto sociale e a ricercare concrete possibilità di re-industrializzazionedel sito» e a «comunicare tempestivamente eventuali accordi di re-industrializzazione, cercando di evitare il proliferare di inutili speculazioni- come avvenuto nei mesi scorsi - per non alimentare false aspettative, prive di concreti fondamenti».

Il marchio Pernigotti resterà in mano ai turchi di Toksov, mentre per lo stabilimento piemontese si tenterà la strada della reindustrializzazione, con la possibilità di affitto dello stabile.

Il verbale dell’accordo è stato firmato dalle organizzazioni sindacali e dall’azienda, alla presenza dei funzionari del ministero del Lavoro e della Regione Piemonte, che metterà in campo una serie di strumenti per favorire riqualificazione e ricollocamento degli addetti.

Si tratta di un passaggio che di fatto garantisce più tempo per cercare una soluzione alla crisi della Pernigotti ma che non risolve il nodo industriale relativo al futuro delle produzioni del marchio in Italia. La proprietà resta ferma nell’intenzione, più e più volte ribadita, di non voler cedere il marchio e questa scelta ha di fatto raffreddato l’interesse di potenziali investitori come Sperlari o come il fondo indiano. Le manifestazioni di interesse in campo riguardano, secondo fonti sindacali, sia la possibilità di avviare produzioni sulle tre linee attive nel polo industriale, e cioé cioccolato, torrone e gelato, sia l’opzione di attivare collaborazioni su singoli settori, con la possibilità di reimpiegare parzialmente il personale.

In ogni caso si tratta di soluzioni parziali. Nelle settimane scorse erano emersi nomi di aziende del settore come la novarese Laica o l’azienda alessandrina Suissa che si sarebbero fatte avanti , a cui si sarebbero aggiunte altre realtà, le trattative sono in corso e resta la riservatezza sugli eventuali partner.

Formalmente il presidio dei lavoratori, che hanno bloccato l’azienda per tre mesi, si scioglie a partire da domani, data dalla quale parte il periodo coperto dagli ammortizzatori sociali. E proprio la faccenda dello sblocco dello stabilimento ha creato un momento di tensione durante la trattativa, partita a mezzogiorno: i rappresentanti dell’azienda volevano che l’accordo prevedesse in maniera esplicita lo sblocco dello stabilimento da parte dei lavoratori mentre i rappresentanti sindacali sostenevano che questo fosse automatico. Un passaggio stretto, con l’azienda che ha abbandonato momentaneamente il tavolo per poi tornare grazie anche alla mediazione del ministero.

Il periodo di cassa integrazione coinciderà di fatto con l’avvio di politiche attive avviate dalla Regione e con il piano di reindustrializzazione vero e proprio a cui sta lavorando l’advisor Sernet Spa. Nei prossimi mesi si procederà a ritmi serrati, con incontri di verifica trimestrali a partire da fine marzo.

Pernigotti aveva annunciato l'intenzione di chiudere lo stabilimento italiano a novembre. Inizialmente si era diffusa la voce che la produzione sarebbe stata esternalizzata in Turchia. In realtà l'intenzione del gruppo era mantenere il marchio e appaltare la produzione a un'altra fabbrica italiana. Toksov, il proprietario turco, ha reso noto che l'esternalizzazione è già iniziata e che Pernigotti «ha già affidato a partner attivi sul territorio nazionale la produzione di alcune linee di prodotto, salvaguardando la qualità e l'attenzione per le materie prime che da sempre caratterizzano l'offerta Pernigotti». L'azienda conferma «la volontà di continuare a produrre, distribuire e commercializzare i propri prodotti dolciari attraverso accordi di terziarizzazione in Italia».

Lo scorso 15 novembre, Di Maio aveva così scritto sui social network: «Io e il presidente Conte incontreremo presto l’attuale proprietà di Pernigotti. Deve essere chiaro che il marchio, la fabbrica e i lavoratori sono un'unica cosa e devono quindi avere un destino condiviso». Da allora sono circolate diverse ipotesi di intesa, Di Maio si è recato a Novi e si è fatto fotografare mentre mangiava cioccolatini, ma l'azienda non ha ceduto di un millimetro. Il 5 febbraio, giorno della firma dell'accordo per la cassa, nessuna dichiarazione da parte del governo e da Di Maio in particolare.


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