Massimiliano Carbone, ragazzo morto per amore. Per lui e la sua famiglia ancora nessuna giustizia dopo 14 anni

di Donato Savria 17/09/2018 CULTURA E SOCIETÀ
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“Alcuni non cercano la verità perché hanno paura di trovarla”
- San Massimiliano Maria Kolbe -

Locri (Calabria), 17 settembre 2004: era un venerdì, un giorno come tanti. Massimiliano tornava dalla solita partita di calcetto con gli amici. Nel cortile della sua abitazione, sotto gli occhi del fratello minore, venne raggiunto da una fucilata che, nei giorni successivi, si rilevò mortale.

Sette giorni durò la sua agonia prima di spegnersi all’Ospedale Civile di Locri.

Oggi, a 14 (QUATTORDICI) anni di distanza, la giustizia ancora non ha restituito dignità e rispetto a Massimiliano. Quattordici anni senza un colpevole. Quattordici anni senza verità. Quattordici anni.

Massimiliano era un ragazzo come tanti, aveva 30 anni e amava la sua Terra. Amava quel Sud troppo spesso dimenticato dallo Stato, quel Sud lasciato all’anarchia dei clan, quel sud martoriato e bistrattato, quel sud tanto odiato vittima di abusi e soprusi. Lui, nonostante tutto, decise di restarci e decise di impegnarsi attivamente per il bene della comunità. Fondò una cooperativa di servizi chiamata “L’arcobaleno” con la quale diede lavoro a diversi ragazzi della zona. Un ragazzo normale, un ragazzo sensibile e con un grande cuore, un ragazzo con un lavoro creato autonomamente dal nulla e ucciso per la troppa voglia di vivere, come spesso ricordato dalla mamma Liliana.

La troppa voglia di vivere lo ha portato a dare alla luce un figlio con una donna più grande di lui e già sposata, nonché legata ad una delle “famiglie” della locride. Una relazione per qualcuno scandalosa che doveva essere punita e fermata. Il piombo fermò la sua corsa sotto l’addome di Massimiliano. Mafia. Possiamo usare tutte le locuzioni che vogliamo, ma questa aggressione è di stampo mafioso, quindi sì, Massimiliano è una vittima innocente della mafia.

La famiglia di Massimiliano da quattordici anni si batte alla ricerca di verità. C’è bisogno di dare nomi e cognomi ai mandanti ed agli esecutori. Liliana Esposito Carbone, madre di Massimiliano, è stata ribattezzata “mamma coraggio” (appellativo non gradito, vista la tanta modestia) per la sua forza e determinazione nella ricerca della verità. Da anni si batte con evidenti risultati al fine di far confluire le indagini nella giusta direzione. Massimiliano non potrà tornare qui in mezzo a noi ma, attraverso la sola verità, potrà essergli almeno restituito il rispetto che merita. Una mamma trasformatasi in detective che lotta instancabilmente per tutelare quell’integrità morale lasciata da suo figlio.

Soltanto attraverso il ricordo, soltanto nella memoria e soltanto attraverso l’attenzione che deriva dal senso civico si potrà avere giustizia. Liliana e la sua famiglia non sono alla ricerca di carità cristiana e non vogliono elemosinare giustizia. Cercano la verità; quella verità che ogni libero cittadino deve pretendere da uno stato democratico.

Liliana da anni, instancabilmente, tiene vivo il ricordo del proprio figlio attraverso i social, attraverso sit-in, attraverso conferenze nelle scuole, attraverso le diverse realtà associative del territorio calabrese e nazionale.

Con le sue parole fa sognare la Calabria, il Sud e la Nazione intera. Bertoli cantava le sue canzoni “a muso duro”, Liliana con la stessa grinta e la stessa tenacia “a muso duro” combatte la mafia. Nella sua missione non è sola, al suo fianco ci sono milioni e milioni di italiani che non vogliono girarsi dall’altro lato. Liberi cittadini che non si piegano e, come lei, credono nella giustizia.

Quattordici anni son passati ma, oggi come allora, il nostro pensiero va a Massimiliano, ragazzo di Locri. Vittima innocente di mafia.

 


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