Mafia Capitale. Sentenza d'Appello. Pene ridotte a Carminati e Buzzi ma riconosciuta l'appartenenza mafiosa

di redazione Roma 11/09/2018 ROMA
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Cinque ore di camera di consiglio e una sentenza che ribalta la decisione di primo grado. Massimo Carminati e Salvatore Buzzi insieme erano ai vertici di un'associazione mafiosa: Mafia Capitale. La terza sezione della Corte d'Appello di Roma, presieduta da Claudio Tortora, ha capovolto la sentenza di primo grado del processo sull'indagine "Mondo di mezzo" riconoscendo l'associazione per delinquere di stampo mafioso, prevista dall'articolo 416 bis del codice penale, per 18 su 43 imputati. Tuttavia c'è stata una riduzione delle pene: Salvatore Buzzi dai 19 anni del primo grado è passato a 18 anni e 4 mesi.
Ancora più corposa la riduzione per Massimo Carminati: nel caso dell'ex Nar si passa dai 20 anni del primo grado ai 14 anni e sei mesi dell'appello.

La decisione della Corte si è giocata tutta sull'articolo 416bis del codice penale, la mafiosità o meno dell'associazione che faceva capo ai due boss, l'ex Nar Massimo Carminati e il re delle cooperative rosse Salvatore Buzzi. Nel primo processo l'aggravante mafiosa cadde perché - era scritto nelle motivazioni - l'applicazione letterale del 416bis non era possibile. E in primo grado, a fine luglio 2017, Carminati fu condannato a 20 anni e Buzzi a 19, per associazione per delinquere semplice. Entrambi sono in carcere dal dicembre del 2014.

Nel dicembre 2017 la Procura generale di Roma si è rivolta ai giudici di secondo grado, impugnando la sentenza solo nella parte in cui il tribunale ha rigettato lo scorso luglio l'esistenza dell'associazione mafiosa. E ai primi di marzo il processo d'Appello ha preso il via con gli insulti in aula dell'avvocato di Carminati contro il giornalista dell'Espresso Lirio Abbate. Ora quegli stessi giudici della terza sezione hanno emesso il loro verdetto, limando le condanne ai boss ma riconoscendo il 416 bis.

Con Buzzi e Carminati, associazione mafiosa per altri 16, tra i quali Gramazio e Panzironi: i giudici hanno riconosciuto l'associazione a delinquere di stampo mafioso, l'aggravante mafiosa o il concorso esterno, a vario titolo, oltre che a Carminati e Buzzi, anche per Claudio Bolla (4 anni e 5 mesi), Riccardo Brugia (11 anni e 4 mesi), Emanuela Bugitti (3 anni e 8 mesi), Claudio Caldarelli (9 anni e 4 mesi), Matteo Calvio (10 anni e 4 mesi). Condannati anche Paolo Di Ninno (6 anni e 3 mesi), Agostino Gaglianone(4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), Carlo Maria Guaranì (4 anni e 10 mesi), Giovanni Lacopo (5 annu e 4 masi), Roberto Lacopo (8 anni), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi).

Sono stati assolti, invece, Stefano Bravo, Pierina Chiaravalle, Giuseppe Ietto, Sergio Menichelli e Daniele Pulcini, con la formula "per non aver commesso il fatto". Assolta "perchè il fatto non costituisce reato" anche Nadia Cerrito, contabile della Coop 29 giugno.

Procura di Roma: "Su mafia riconosciuta nostra tesi":  "Abbiamo sempre detto che le sentenze vanno rispettate: lo abbiamo fatto in primo grado e lo faremo anche adesso. La corte d'appello ha deciso che l'associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso e utilizzava il metodo mafioso. Era una questione di diritto che evidentemente i giudici hanno ritenuto fondata". Così il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini ha commentato a caldo la decisione. In aula erano presenti anche il pm Luca Tescaroli e i procuratori generali Antonio Sensale e Pietro Catalani.

L'avvocato di Buzzi: "Da oggi pericoloso vivere in Italia": "Quanto accaduto è grave, è un fatto assolutamente stigmatizzabile l'aver riconosciuto in questa roba la mafia. Vedo che per molti cittadini da oggi è molto pericoloso vivere in Italia, è una bruttissima pagina per la giustizia del nostro Paese". Così l'avvocato difensore di Salvatore Buzzi, Alessandro Diddi, parlando a margine della lettura del dispositivo della sentenza d'appello. Diddi ha poi aggiunto: "Il collegio ha riconosciuto la associazione di stampo mafioso, ma ha ridotto il trattamento sanzionatorio che era stato applicato in primo grado. Noi abbiamo da sempre sostenuto che il tribunale fosse andato con la mano pesante su diverse condotte".

L'avvocato di Carminati: "L'insussistenza dell'associazione mafiosa mi sembrava inattaccabile, mi sbagliavo. Questo collegio ha invece riconosciuto la sussistenza della mafia. Se anche questo collegio, che è uno dei migliori della corte d'appello, ha riconosciuto l'aggravante mafiosa e la mafiosità di questa associazione o io dopo 50 anni di attività professionale non conosco più nulla di diritto, il che ci può stare benissimo, oppure c'è qualcosa di stravagante che ha influito sulla sentenza". Così Giosuè Naso, legale di Massimo Carminati. E ai microfoni Rai ha ribadito una sua vecchia definizione sul procedimento: "E' un processetto". 

L'associazione Libera: "Ottimo lavoro della Procura di Roma": "Questa sentenza costituisce un riconoscimento per l'ottimo lavoro della procura di Roma e per i carabinieri ed è un tributo per quei giornalisti d'inchiesta come Lirio Abbate che per primo hanno illuminato la realtà di questa organizzazione mafiosa", è il commento dell'avvocato Giulio Vasaturo dell'associazione Libera, parte civile nel processo.

Nella requisitoria del marzo scorso, la Procura di Roma chiese condanne pesantissime con il riconoscimento della mafiosità per gli imputati a processo: 26 anni e mezzo nei confronti di Carminati e 25 anni e 9 mesi per Buzzi. La pubblica accusa, di cui fa parte il pm Luca Tescaroli, che ha affiancato per tutto il processo d'appello i colleghi della procura generale, aveva inoltre chiesto 24 anni per Riccardo Brugia, 18 anni per Matteo Calvio, 17 anni e mezzo per Paolo Di Ninno, 16 anni e 10 mesi per Agostino Gaglianone, 18 anni e mezzo per Luca Gramazio, 17 anni per Alessandra Garrone, 14 anni e mezzo per Franco Panzironi. Una richiesta complessiva di 430 anni di carcere per 43 imputati.

"Non si tratta di stabilire se a Roma c'è o no la mafia, ma se questa organizzazione criminale rientra nel 416 bis e se ha operato con il metodo mafioso" avevano specificato i magistrati. E il metodo consta di alcune modalità chiave: l'uso della violenza e dell'intimidazione, l'acquisizione di attività economiche e l'infiltrazione nella pubblica amministrazione". Oggi il verdetto dei giudici di secondo grado ha dato loro ragione.

Al processo, sia il Comune di Roma che la Regione Lazio sono parte civile e la sindaca Raggi ha voluto assistere alla lettura della sentenza. Con un singolare fuori-programma: appena arrivata, è stata fermata dall'avvocato difensore di Salvatore Buzzi, Alessandro Diddi, che, "da cittadino" si è lamentato "del cantiere sulla Tiburtina aperto da quattro anni".


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