9 Maggio 1978. Moro ucciso dalle Br. Dopo 40 anni molti lati oscuri per la vicenda che cambiò l'Italia

di redazione 09/05/2018 CULTURA E SOCIETÀ
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ll nove maggio del 1978 a Roma era una giornata grigia e ventosa. L'asfalto era ancora bagnato per la pioggia caduta il giorno prima.

Le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri andavano e venivano per le strade, alla ricerca di qualche indizio, nella speranza di beccare una traccia che portasse al covo dei terroristi.

In quei 55 giorni nella capitale era stata fermata un'automobile ogni dieci, e una persona ogni venti era stata controllata, senza mai arrivare a nulla.

Alle 12.30 di quella mattina con poco sole, il telefono squillò a casa del professor Francesco Tritto, un assistente universitario di Aldo Moro. "Pronto, chi parla?". "Sono il dottor Nicolai" rispose una voce giovane. Ma a chiamare era il brigatista rosso Valerio Morucci, 29 anni, uno dei cervelli dell'operazione: "Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell'onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c'è una R4 rossa. I primi numeri di targa sono N5".

L’esecuzione avvenne la mattina presto nel garage della palazzina di via Montalcini, a Monteverde, dove Moro era stato tenuto prigioniero per 55 giorni. Spararono con il silenziatore. Poi Moretti chiuse il portellone posteriore e si mise alla guida della Renault; al suo fianco era seduto Germano Maccari, un altro dei carcerieri di Moro ( morto d’infarto una decina di anni fa). Guidò fino a piazza Venezia, dove incrociò un’altra auto, una Simca 1000 guidata da un terzo brigatista, probabilmente Bruno Seghetti.

Sul sedile a fianco al guidatore c’era Valerio Morucci. La Simca fece da staffetta fino a via Caetani dove lo stesso Seghetti aveva parcheggiato, le sera prima, un’altra automobile. Seghetti scese dalla Simca, salì a bordo dell’auto parcheggiata e se ne andò. Moretti parcheggiò la Renault 4 al posto rimasto vuoto, poi salì sulla Simca, ancora in moto, e sparì anche lui. Alle 12 e 30, Valerio Morucci, da un telefono pubblico vicino alla stazione Termini, chiamò il professor Francesco Tritto e lo avvertì che il cadavere di Moro stava in via Caetani. Gli disse che doveva informare la famiglia, la signora Eleonora, doveva dirle che Moro era morto e il cadavere era in via Caetani. Tritto era spaventatissimo, cercò di sottrarsi. Ma non c’era niente da fare. Allora chiamò la polizia Dopo dieci minuti la polizia circondò la Renault 4. Arrivò il ministro dell’Interno, Cossiga, arrivò Ugo Pecchioli ( una specie di ministro ombra del Pci) arrivarono i vertici dei servizi segreti ( tra i quali il generale Mori). Si aprì il portellone del portabagagli e Moro stava lì, rannicchiato, senza vita da qualche ora. Non era morto sul colpo, perché nessuno proiettili aveva colpito il cuore. Perse conoscenza, dopo la prima raffica, e morì per le emorragie, dopo più o meno un quarto d’ora.

Era la fine annunciata di una folle azione terroristica durata poco meno di due mesi ma che influenzò la storia italiana per molti anni a seguire. Moro era stato ucciso poche ore prima, colpito nel petto dai proiettili sparati dagli assassini.

Da tre giorni il Paese intero aspettava quel tragico epilogo: il lugubre comunicato numero nove diffuso dalle Br il 6 maggio aveva annunciato seccamente l'imminente morte del presidente della Dc: "Concludiamo la battaglia, eseguendo la sentenza a cui Moro è stato condannato".

Ormai nessuno credeva più alla possibilità di rivedere Moro vivo. Il Vaticano aveva segretamente raccolto una grande cifra per pagare un eventuale riscatto. Il presidente della Repubblica Giovanni Leone aveva sul tavolo le carte per concedere la grazia a un terrorista che non si era macchiato di crimini di sangue. Ma il governo presieduto da Giulio Andreotti e sostenuto dal Pci non voleva cedere ai terroristi. E così la sentenza fu eseguita.

Il 9 maggio il cadavere di Moro fu ritrovato adagiato nel bagagliaio della R4 rossa usata dai brigatisti per l'ultimo viaggio del presidente. La macchina era parcheggiata in via Caetani, a metà strada tra Piazza del Gesù, dove si trovava la sede della Democrazia, e via delle Botteghe Oscure, dov'era il quartier generale del Pci: i due partiti del compromesso storico che le Br avevano deciso di combattere imbracciando il mitra.

Aveva il vestito grigio a righe e la cravatta che indossava il giorno del suo rapimento in via Fani, dove i cinque uomini della sua scorta morirono crivellati dai colpi delle mitragliette Skorpion.

Moro non voleva soccombere, e non voleva che soccombesse la sua visione politica di sbloccare la democrazia italiana favorendo un'evoluzione socialdemocratica del Pci.

Le sue 'lettere dal carcere' (alla moglie Noretta, a Cossiga, a Zaccagnini, al Papa)chiedevano di trattare con i suoi sequestratori. Ma il fronte della fermezza (comunisti e democristiani) non poteva accettare che Moro parlasse all'opinione pubblica contraddicendo la linea dei partiti di governo, quel governo di unità nazionale che lui stesso aveva progettato e fatto nascere. E dunque durante la sua disperata battaglia per la vita, il presidente sequestrato dai brigatisti conobbe l'onta e il disonore di essere presentato dai suoi compagni di partito come una persona debole, fiaccato dai suoi carcerieri, che anteponeva la sua vita al bene del Paese.

Come poteva Moro aver scritto ai capi della Dc: 'Il mio sangue ricadrà su di voi'? Eppure lo aveva fatto. Il giorno del ritrovamento del cadavere, la famiglia decise di consumare lo strappo con le istituzioni. La moglie e i figli rifiutarono i funerali di Stato e seppellirono Aldo Moro in forma privata nel cimitero di Torrita Tiberina. Lo Stato volle comunque una cerimonia solenne, che fu celebrata da Paolo VI a san Giovanni. La bara di fronte all'altare era vuota. Lo Stato non si era piegato al ricatto dei brigatisti. Le Br non avevano avuto nessuna forma di legittimazione.

Ma qualcuno poteva cantare vittoria? Quella vicenda si era conclusa con una morte (che si aggiungeva a quella degli uomini della scorta) e molti sconfitti. Lo Stato non era riuscito a trovare il covo delle Br e liberare Moro. Il compromesso storico tra Dc e Pci si sarebbe interrotto di lì a poco. Le Br sprofondarono in un delirio di incomunicabilità che le isolò completamente dal Paese.

La famiglia lo aveva perso per sempre. Il giorno del ritrovamento del cadavere, la famiglia decise di consumare lo strappo con le istituzioni. La moglie e i figli rifiutarono i funerali di Stato e seppellirono Aldo Moro in forma privata nel cimitero di Torrita Tiberina. Lo Stato volle comunque una cerimonia solenne, che fu celebrata da Paolo VI a san Giovanni. La bara di fronte all’altare era vuota. Lo Stato non si era piegato al ricatto dei brigatisti. Le Br non avevano avuto nessuna forma di legittimazione.

Sono stati quelli della lotta armata due decenni terribili. La memoria storica ci ricorda che, fra vittime individuali, stragi terroristiche e violenza politica, gli “anni di piombo”, nel nostro Paese sono rappresentati da questi numeri: 428 morti, oltre 2.000 feriti, di cui una parte con danni permanenti e 14.615 attentati compiuti. E’ stato sconfitto dallo Stato e dai cittadini, un disegno eversivo che ha cercato di minare la nostra democrazia repubblicana e la convivenza civile del popolo italiano.

E da quel giorno di maggio è cresciuto sempre di più il sospetto che dietro l'uccisione del presidente della Dc ci sia stata qualche complicità inconfessabile, interna o internazionale. Questa è la morte di Aldo Moro 40 anni dopo: una tragedia che si è trasformata in un enigma che nessuno è riuscito ancora a sciogliere.


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