Telecom. Lo scontro globale per accaparrarsi l'azienda. Il fondo Usa Elliot contro i francesi di Vivendi

di redazione 10/04/2018 ECONOMIA E WELFARE
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Il principale gruppo telefonico del Paese, Telecom Italia, sta vivendo una delicata partita per la futura gestione della società.  Il fondo statunitense Elliott è salito ancora in Tim, arrivando a detenere una partecipazione complessiva potenziale pari al 13,73 per cento del capitale tra azioni ordinarie per un 8,8 per cento e il 4,93 per cento per le sue opzioni. Vivendi detiene il 23,94 per cento. In una lettera agli investitori Elliott ha chiesto un CdA indipendente che possa mettere in campo azioni e strategie che farebbero raddoppiare in due anni il valore del titolo in Borsa, passando dall'attuale 0,8 agli 1,6 euro per azione nel 2020. 

Elliot: liberare il Cda dai consiglieri di Vivendi Elliot, nella lettera si è detto sicuro che non ci sarà l'assemblea del 4 maggio per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione, in quanto il board sarà ricostituito alla riunione dei soci del 24 aprile. Ribadisce di essere favorevole all'attuale linea di top manager, incluso l'amministratore delegato Amos Genish (voluto da Vivendi assieme a Franco Bernabè come vice presidente con delega alla sicurezza ndr) e sostiene di non puntare al controllo della società ma di volere influire direttamente sulla sua gestione. Per questo vuole liberare il CdA da Vivendi, la cui opera "distrugge il valore" del gruppo. Da qui la richiesta di revocare i sei membri del board in quota Vivendi per sostituirli con i propri che sono Fulvio Conti, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Luigi Gubitosi, Dante Roscini, Rocco Sabelli. Elliott ha quindi denunciato il conflitto di interessi dei francesi, propone lo scorporo e la successiva quotazione della società in cui far confluire la rete di Tim. 

La reazione del Cda di Tim: illegittima l'integrazione dell'odg, azioni legali La controffensiva di Vivendi non si è fatta attendere. Il Consiglio di Amministrazione di Tim, conclusa la riunione in serata, ha ritenuto "a maggioranza illegittima l'integrazione dell'ordine del giorno assembleare del 24 aprile" deliberata dal Collegio Sindacale e di "intraprendere ogni azione legale a tutela dei diritti e degli interessi di tutti i soci e della Società". Decisione presa a maggioranza con il voto contrario di Borsani, Calvosa, Cornelli, Frigerio e Vivarelli. La società - è scritto nella nota - agisce a tutela dei soci. Dunque ci sarà un ricorso d'urgenza al Tribunale di Milano contro la decisione del Collegio Sindacale di integrare l'ordine del giorno dell'assemblea del 24 aprile con la richiesta di Elliott di revocare e sostituire sei consiglieri in quota Vivendi, il primo azionista di Tim con il 23,94% del capitale.  Collegio Sindacale replica: nostra decisione pienamente legittima Il Collegio Sindacale di Tim rigetta le "argomentazioni addotte dal Consiglio di Amministrazione a supporto dell'odierna delibera" e "conferma la piena legittimità delle determinazioni dallo stesso assunte". Questa la posizione del Collegio Sindacale di Tim dopo la delibera del CdA che ha giudicato a maggioranza illegittima la decisione del Collegio di accettare l'integrazione dell'odg dell'Assemblea del 24 aprile come chiesto dal fondo statunitense Elliott. Intanto anche il proxy advisor Iss (Institutional Shareholder Services), l'altro grande consulente dei fondi nelle assemblee delle società quotate, in un report suggerisce agli azionisti di Tim di votare per la rimozione dei consiglieri di Vivendi e la loro sostituzione con quelli proposti da Elliott il 24 aprile. Iss scrive nel rapporto che "a questo punto, Vivendi sembra essere più un peso che una risorsa per Tim". Iss è il secondo proxy, dopo Glass Lewis, a distribuire ai fondi un parere contro Vivendi.  Per Iss il fondo Usa "ha dimostrato la necessità di un cambiamento nella società" mentre l'elezione dei suoi sei candidati "probabilmente si dimostrerà benefico per il valore a lungo termine degli azionisti", si legge nel report. "Tutti i nomi proposti da Elliott sono candidati indipendenti italiani, alcuni dei quali con significative esperienze in CdA e come amministratori delegati nel campo dei media, delle telecomunicazioni e di società" scrive Iss. Ai due proxy advisor, che indirizzano il voto dei fondi in assemblea, si è aggiunto l'italiano Frontis. Tutti e tre uniti per espromettere i francesi e suggerire ai fondi soci di Tim di votare per la revoca degli amministratori di Vivendi e per l'integrazione del consiglio con i nomi di Elliott. 

Separare la rete di Telecomdal resto della società dimezzerebbe il maxidebito che affanna la compagnia telefonica. E consentirebbe di staccare a fine anno una cedola agli azionisti. Il fondo statunitense Elliottha lanciato l’amo agli azionisti di Telecom. In vista del rinnovo del consiglio d’amministrazione, ha presentato agli analisti un progetto di gestione dell’ex monopolista di Stato che prevede lo scorporo della rete. Elliott stima che la separazione toglierebbe dai conti di Telecom un macigno. Scorporando la rete, il debito si abbatterebbe, da 25 miliardi a 12 miliardi. E le risorse liberate permetterebbero di rimettere denaro nelle tasche degli azionisti. 

Il progetto non è nuovo. L’attuale azionista di maggioranza di Telecom, Vivendi, ha già avviato lo scorporo, benedetto dal governo. Nelle scorse settimane ha spedito i documenti per dare il la all’operazione. Tuttavia i francesi sono ormai accerchiati in Telecom. Elliott sta scalando posizioni.

Rastrella quote e raccoglie i consensi degli analisti, che consigliano agli azionisti di votare la lista del fondo alla prossima assemblea. Al momento il fondo americano è arrivato all’8,8% dei titoli di Telecom, ma esercitando le opzioni che ha accumulato, potrebbe raggiungere il 13,73%.

Ciò che sostiene Elliott di nuovo rispetto a Vivendi è di unire la rete di Telecom a quella di Open Fiber. Opzione scartata dall’attuale amministratore delegato della compagnia telefonica, Amos Genish, per eccessiva asimmetria tra le dimensioni dei due promessi sposi in un colloquio con La Stampa. Elliott invece sostiene l’unione tra le due reti. E questo potrebbe portare dalla sua parte Cassa depositi e prestiti (Cdp), il colosso di Stato che gestisce il risparmio postale. Cdp è azionista al 50% di Open Fiber con Enel e di recente ha ribadito di voler proseguire l’investimento nella società di fibra ottica. Nel frattempo, ha anche deliberato, con la benedizione della politica da tutti i fronti, di acquistare il 5% di Telecom. Elliott e Cdp sono in contatto. Un ribaltone ai vertici di Telecom, che rovesciasse l’esecutivo espresso da Vivendi, aprirebbe la strada all’unione delle reti.

Di fatto l’investimento in concorrenza di Telecom e Open Fiber in alcune aree d’Italia, come quelle a fallimento di mercato, risultava superfluo. Era però espressione di una frattura nelle politiche di cablaggio del paese. La Telecom dell’ex amministratore delegato Flavio Cattaneo non accettava di essere stata surclassata nei bandi ministeriali dalla neonata Open Fiber, perciò annunciava di voler tirare fibra ottica in aree che non avrebbero ripagato l’investimento, anche senza sussidio statale. L’esecutivo di Genish ha cercato di ricucire gli strappi con la politica, ma è riuscito a metà nell’intento. Ha accontentato il governo con il progetto di scorporo della rete, ma dopo essersi giocato le simpatie per non aver comunicato la quota di maggioranza che deteneva pur essendo in presenza di un’azienda sensibile. Inoltre Vivendi ha conflitti di interessi con Mediaset.

Secondo Elliott una nuova gestione di Telecom potrebbe liberare 7 miliardi di valore nascosto. Una cifra monstre, che vale il 41% della capitalizzazione della compagnia telefonica. Il fondo americano spinge non solo per separare la rete, ma anche Sparkle, il gruppo che posa cavi a livello internazionale. Questa separazione consentirebbe un “re-rating” delle azioni di Telecom e l’assegnazione di una valutazione più generosa.

Nel piano degli americani, Transforming Tim, si immagina anche una convergenza con Open Fiber. “Non ha senso per Tim competere con un’altra rete“, si legge. Questo gruppo delle infrastrutture (Service Co è il nome potenziale) potrebbe raggiungere i 2 miliardi di capitalizzazione entro il 2019, un flusso di cassa di 1,7 miliardi di euro e 2 miliardi di margine netto. Glass Lewis, Iss e Frontis, consulenti dei fondi, spingono per il sostegno al piano Elliott. Anche i piccoli azionisti di Asati sono con gli americani. Assogestioni però per adesso si mantiene alla finestra. Sarebbe Cdp l’ago della bilancia, quindi la voce della politica. E per una volta sembra unanime: Vivendi non piace.

Nel frattempo Telecom riesce a chiudere l’istruttoria dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato su Flash Fiber. La società era stata costituita con Fastweb per sorpassare i piani nazionali sulla banda ultralarga in 29 città. L’Antitrust temeva che l’operazione potesse limitare la concorrenza in certi mercati, perciò ha imposto sei condizioni per procedere. Tra queste il primo impegno è a cablare in tempi certi: 30% entro l’anno scorso, 70% entro il 2018, 85% nel 2019 e 95% al 2020. Inoltre la fibra dovrà essere aperta a soggetti terzi “a condizioni non discriminatorie”. Entro il 2035 la società dovrà essere chiusa e un soggetto terzo dovrà validare gli obiettivi raggiunti.

In Borsa tutto ciò si traduce in nuovi rialzi per il titolo Telecom, che nella mattina di martedì 10 aprile fa segnare un +2,6% sopra 87 centesimi contro il +0,3% del Ftse Mib.


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