Onu. Stop ai finanziamenti ai produttori di sigarette

di redazione 18/03/2018 CULTURA E SOCIETÀ
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L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) intende tagliare i rapporti con i fabbricanti di sigarette. Nonostante questi ultimi, tra il 2011 e il 2017, abbiano finanziato, sborsando oltre 18 milioni di dollari, le campagne dell'agenzia dell'Onu con sede a Ginevra contro il lavoro minorile nelle piantagioni di tabacco dei Paesi in via di sviluppo. "Noi però vorremmo proseguire la collaborazione con l'Organizzazione, per continuare a fare la nostra parte nella risoluzione di alcune sfide sociali, quali il lavoro dei bambini", si è affrettato dichiarare, al quotidiano elvetico Le Temps, Ryan Sparrow, portavoce del gruppo Philip Morris.

Dal canto suo pure Japan Tobacco ci tiene a precisare di aver messo in piedi, in collaborazione con l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, un programma di lotta al lavoro minorile in Malawi, Tanzania, Zambia e Brasile. Tuttavia l'Ilo ha stilato un impietoso atto d'accusa contro i produttori di sigarette, ricordando che la loro cifra d'affari annua è di 683 miliardi di dollari e che, ogni 12 mesi, aumenta puntualmente dell'uno per cento. Nel Malawi, citato da Japan Tobacco, il 40% dei contadini afferma che, dopo un anno di lavoro nelle piantagioni di tabacco, si ritrovano con meno di 50 dollari in tasca.

Sui 18 milioni versati non tutti poi sono d'accordo. Significa fare bella figura davvero con poco, per chi ha bilanci miliardari, dice l'Ong statunitense Corporate Accountability.

Fatto sta che l'Organizzazione sta seguendo una tendenza in atto da tempo, in seno all'Onu: prendere le distanze da chi guadagna con il fumo.

Una linea seguita anche da tycoon del calibro del finanziere ed ex-sindaco di New York, Michael Bloomberg, il quale ha creato l'associazione, Stopping Tobacco Organisations and Products. Secondo Le Monde, Bloomberg ha preso atto di una situazione che va consolidandosi visto che, negli ultimi 5 anni, i fabbricanti di sigarette hanno perso investimenti per 12 miliardi di dollari. Per non parlare delle numerose casse pensioni svizzere che, da tempo, si rifiutano di mettere i loro soldi nell'industria del tabacco.


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