Ore 15:17 Attacco al treno. Eastwood ancora una volta si mette in gioco sperimentando nuove strade espressive

di Emiliano Baglio 16/02/2018 ARTE E SPETTACOLO
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 Il 21 agosto 2015 Anthony Sadler, Spencer Stone, Alek Skarlatos e Chris Norman riuscirono a disarmare il terrorista Ayoub El Khazzani, salito sul treno Thalys 9364 diretto a Parigi, armato sino ai denti ed intenzionato a provocare una strage.

 Come già accaduto per American sniper (2014) il nuovo film dell’ottantasettenne Clint Eastwod è stato accolto in Italia da critiche durissime e (quasi) tutti hanno parlato di un passo falso.

L’impressione è che ancora una volta al regista americano non si perdoni la sua militanza repubblicana ed il suo appoggio a Trump.

Perché il nuovo lavoro di questo gigante del cinema che non deve dimostrare niente a nessuno dimostra la voglia di continuare a mettersi in gioco con il coraggio e l’incoscienza che potrebbe avere un ventenne.

Ore 15:17 è infatti un esperimento, quasi un istant movie girato con urgenza senza badare troppo alla forma.

Eastwood, infatti, nel trasporre la vicenda dei tre ragazzi, tratta dal loro stesso libro, ha deciso di chiamare i veri protagonisti ad interpretare se stessi. Persino i passeggeri del treno sono gli stessi di quel giorno.

Il risultato è un corto circuito continuo tra finzione cinematografica e realtà che tocca il suo apice nel finale quando il regista mescola le vere riprese della premiazione dei tre alla presenza del Presidente francese Hollande con la ricostruzione filmica.

Eastwood si è preso un bel rischio con tutte le conseguenze del caso.

Il problema maggiore del film, infatti, è rappresentato dalla sua stessa materia.

Come raggiungere il minutaggio minimo per giustificare un lungometraggio con una vicenda che in realtà occupa pochissimi minuti del film?

Per ovviare al problema Eastwood decide di raccontarci l’infanzia di questi tre amici partendo dalla scuola elementare sino a seguirli nel loro viaggio in Europa che li porterà a ritrovarsi su quel treno.

Tutto però è finalizzato alla scena clou del film. In ogni momento ci viene ricordato che un grande destino aspetta i tre ragazzi. Ad esempio quando Stone si ritrova a Venezia dice di sentire che c’è qualcosa che li sta aspettando. Più o meno le stesse parole che dice la madre di Skarlatos al figlio prima che parta per l’Europa.

Tutta la loro vita ci viene presentata come una sorta di preparazione al momento in cui sventeranno l’attentato, come se il loro destino fosse già scritto.

Il problema è che in quest’ottica l’intera pellicola viene sacrificata in vista della sua conclusione.

Eastwood procede quindi come uno schiacciasassi senza preoccuparsi troppo della forma ed ancora meno della sostanza, compreso l’approfondimento psicologico dei personaggi, praticamente inesistente.

Sono questi i difetti principali di un film che sembra girato in preda ad un’urgenza che si dimentica della sostanza.

Al tempo stesso lo stile così grezzo, fatto di macchina a mano e sequenze come quella della discoteca che sembra girata da un giovane, stupiscono per la freschezza che esprimono.

Avercene di ottantenni che girano così.

Infine l’onestà intellettuale del regista è qualcosa di semplicemente stupefacente.

In molti hanno detto che Ore 15:17 – Attacco al treno è un film superficiale, pieno di luoghi comuni.

Eastwood in questo senso non bara mai. Non ci inganna nel portare sullo schermo tre persone sostanzialmente incapaci di recitare eppure perfetti proprio per questo, per il vissuto e la complicità reali tra loro che, improvvisamente, si fa spazio all’interno della finzione esplodendo in sguardi e sorrisi che sanno di vita reale.

Non ci prende in giro nemmeno nel rappresentare questi tre sempliciotti provenienti dalla provincia americana, forse pure un po’ignoranti, educati secondo rigidi dettami religiosi e che girano l’Europa pensando solamente a farsi selfie.

Il loro viaggio in Europa non è una serie di luoghi comuni ma è la rappresentazione vera ed autentica del rapporto che l’americano medio ha con il vecchio continente. Forse bisognerebbe ricordarsi che persino Obama dinnanzi al Colosseo non trovò nulla di più intelligente da dire che era più grande di un campo da football americano.

Eastwood non porta sullo schermo degli eroi, ma tre ragazzi che spesso combinano guai (si pensi all’addestramento di Stone, alla missione in Afghanistan di Skarlatos o all’inconcludenza di Sadler), tre potenziali perdenti che non hanno altra possibilità che arruolarsi nell’esercito e che girano l’Europa solo per farsi foto, con superficialità ed ignoranza.

Lo fa con uno stile nervoso e secco da documentario tutto camera a mano, uno stile magari pure grezzo e poco raffinato.

Ore 15:17 certo non è un capolavoro ed è uno dei film meno riusciti di Eastwood ma non si può non voler bene ad un uomo che ad ottanta anni e passa trova ancora la voglia di battere strade nuove senza paura del fallimento.


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