Call me be your name. Un film tanto bello quanto prezioso e necessario

di Emiliano Baglio 04/02/2018 ARTE E SPETTACOLO
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Per comprendere appieno Call me be your name è necessario ricostruire, seppur brevemente, la travagliata storia che ha portato alla sua realizzazione.

Tutto inizia quando i produttori  americani Peter Spears e Howard Rosenman acquistano i diritti dell’omonimo romanzo di André Aciman. Inizialmente, per scrivere l’adattamento cinematografico, viene chiamato il regista James Ivory (Camera con vista, Maurice, Mr. & Mrs. Bridge, Casa Howard, Quel che resta del giorno ecc ecc). Ben presto però il film comincia a passare di mano in mano ed i nomi dei possibili registi si susseguono. Guadagnino entra in gioco come consulente alle location finché non è lo stesso regista italiano a proporre un film diretto a due mani. Progetto naufragato a causa dei costi troppo elevati.

Il risultato finale è un’opera che è frutto della stretta collaborazione tra i due autori ed in cui le due poetiche si compenetrano alla perfezione regalandoci un film tanto bello quanto prezioso.

Siamo nell’estate del 1983. Il giovane Elio (Timothée Chalamet) trascorre oziosamente l’estate nella casa dei genitori finché ad aiutare il padre archeologo non arriva, come ogni anno, l’ennesimo studente; Oliver (Armie Hammer).

Tra i due si instaura subito un rapporto controverso, inizialmente basato sulla diffidenza e forse anche sull’invidia da parte di Elio nei confronti di quel ragazzo più grande e così spigliato che sembra attirare l’ammirazione di tutti, soprattutto delle innumerevoli ragazze presenti.

Mentre Elio amoreggia con Marzia (Esther Garrel) cresce l’attrazione nei confronti di Oliver che sfocerà in un amore destinato a consumarsi nel breve periodo estivo ma che cambierà per sempre i due protagonisti.

 Guardando Call me be your name, più che i nomi citati dallo stesso Guadagnino come punti di riferimento ovvero i registi Jean Renoir, Jacques Rivette, Éric Rohmer e Bernardo Bertolucci, viene in mente Weekend di Andrew Haigh. Entrambi i film infatti parlano di amori che nascono e muoiono nel giro di poco tempo travolgendo per sempre l’esistenze di chi li vive.

Guadagnino però, da parte sua, costruisce un film assolutamente fuori dal tempo, caratteristica che ne è il suo punto di forza e che, paradossalmente, può prestare il fianco alle critiche più accese.

Mai come in questo caso tutto dipende dallo spettatore.

Perché, parliamoci chiaro, il regista italiano ci presenta una realtà che potrebbe infastidire non poco.

Sebbene Call me be your name sia profondamente caratterizzato dal punto di vista storico, sia per i riferimenti al governo Craxi sia in alcune scene come quella del ballo (con quel significativo dettaglio delle scarpe), al tempo stesso il mondo che ci descrive, per certi versi, è un’idealizzata società bucolica colta e raffinata.

È soprattutto qui che si sente l’influenza di Ivory. La realtà in cui si muove Elio è quella di una splendida casa di campagna immersa nel verde, abitata da due genitori colti e ricchi, dove il tempo passa placido tra nuotate e ritrovamenti archeologici.

Si potrebbe obiettare che è troppo facile vivere liberamente un amore omosessuale, con tanto di differenza di età, in un ambiente così raffinato e palesemente progressista e liberal.

Invece, a nostro avviso, proprio questa scelta è il maggior punto di forza del film.

Call me be your name è un’opera fieramente fuori dal tempo, ambientata in un mondo idealizzato, lontano mille miglia dalla violenza e dalla volgarità della nostra contemporaneità.

Eppure, nonostante questo, la passione che nasce tra i due ragazzi non perde un briciolo della sua travolgente forza bruciante tipica della gioventù.

Anche le scelte registiche parlano di una delicatezza e di un pudore oramai, purtroppo, definitivamente perduti, basti pensare al movimento di macchina che dai corpi avvinghiati dei due ragazzi si sposta verso la finestra, una roba che, al cinema, non vedevamo da anni.

Il pudore nei confronti del sentimento e del sesso, tuttavia, non impedisce affatto al film di possedere una sensualità straordinaria, era forse dai tempi di Derek Jarman che i corpi nudi maschili non esprimevano un eros così potente e spregiudicato.

Infine, il tocco di Guadagnino, esplode pienamente nella vitalità espressa soprattutto dalla gioventù di Elio, un personaggio che facilmente poteva cadere nel cliché del giovane scontroso, chiuso in se stesso e che invece il regista dipinge magnificamente.

Probabilmente Call me be your name verrà ignorato agli Oscar così com’è già accaduto ai Golden Globes ma poco importa.

Abbiamo comunque a che fare con un film che, come abbiamo detto all’inizio, è bello ed importante.

Importante proprio per il discorso che porta avanti, magnificamente racchiuso nel dialogo finale tra padre e figlio, nel quale il primo confessa al figlio di non aver mai avuto il coraggio di vivere sino in fondo la propria esistenza ed esorta il figlio ad essere pienamente se stesso senza aver paura.

Ritroviamo qui la scelta finale compiuta da Maurice nell’omonimo film di Ivory; Elio deciderà di seguire il suo cuore sino in fondo, sino a quel magnifico primo piano finale sulle sue lacrime.

L’amore estivo è finito, Oliver è andato via per sempre ed ha scelto di rientrare nei ranghi della “normalità” borghese. Per Elio invece quell’estate ha portato alla piena consapevolezza ed accettazione della propria omosessualità.

In un epoca in cui razzismo, omofobia e fascismo rialzano la testa, la grazia, il pudore, la delicatezza e l’inno alla libertà di Guadagnino sono insegnamenti preziosi e fondamentali.

 

P.S. Come sempre il nostro consiglio è di vedere il film nella versione originale in cui si parlano più lingue; inglese, francese, italiano, bravi frammenti in tedesco ed addirittura dialetto. Una ricchezza linguistica ammazzata dal solito doppiaggio che se ne frega di tutto.


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