Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Il primo film americano di Martin McDonagh racconta l'America profonda senza brillare

di Emiliano Baglio 19/01/2018 ARTE E SPETTACOLO
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Mildred Hayes (Frances McDormand) affitta tre cartelloni pubblicitari sui quali fa affiggere le seguenti tre frasi; "Stuprata mentre stava morendo", "E ancora nessun arresto", "Come mai, sceriffo Willoughby?".

Il suo scopo è appunto quello di spronare Willoughby (Woody Harrelson) affinché trovi chi ha violentato ed ucciso la figlia, morta un anno prima.
La sua iniziativa porterà lo scompiglio nella piccola comunità.

 Tre manifesti a Ebbing, Missouri, primo film girato in America dal britannico Martin McDonagh, giunge nelle nostre sale dopo aver fatto incetta di premi un po’ ovunque, tra i quali i recenti 4 Golden globes e si candida, da subito, ad essere uno dei favoriti per i prossimi Oscar.

Salutato dall’entusiasmo di critica e pubblico la pellicola sembra mettere tutti d’accordo.
Tuttavia chi scrive non se la sente di unirsi al coro pressoché unanime di lodi sperticate, roboanti e francamente anche eccessive.

Tre manifesti è un ottimo prodotto, ben confezionato e supportato da grandi attori (da ricordare oltre ai due già citati uno strepitoso Sam Rockwell) che, nonostante ciò, presenta alcune pecche e che soprattutto non dice nulla di nuovo.

McDonagh con il suo film sembra voler raccontare un pezzo di America provinciale descrivendone le tensioni che la attraversano.

Non si tratta certo di un’operazione nuova ed il primo ovvio riferimento che viene in mente è quello dei fratelli Cohen, complice la presenza di McDormand.

L’opera mette molta carne al fuoco, affrontando temi diversi spaziando dal poliziesco al dramma sino alla commedia.

Bisogna dire che, da questo punto di vista, il registro più riuscito è forse proprio quello “comico” grazie soprattutto al personaggio interpretato da Sam Rockwell.

Il problema di fondo è che però nessuna delle tematiche sfiorate viene realmente sviscerata e che la psicologia dei personaggi è affrontata superficialmente senza che vi sia nessun reale approfondimento.

Lo stesso dicasi delle diverse trame portate avanti.

L’unica storia che in qualche modo appare conclusa è quella che riguarda la malattia dello sceriffo Willoughby.

Gli altri due personaggi sembrano invece più che altro occasioni sprecate.

L’agente Dixon interpretato da Rockwell, ad esempio, sembrerebbe essere la scusa per parlare del razzismo che strisciante attraversa l’America ma, al tempo stesso, è anche il ritratto di una persona incapace di gestire i suoi sentimenti, oppresso probabilmente da una presenza materna soffocante, profondamente solo ed inadeguato che si ritrova ancora più sperduto dopo la dipartita di Willoughby che al tempo stesso è mentore e figura paterna.

Da qui un tentativo di riscatto che però, nel finale aperto, non mostra nessun reale cambiamento del personaggio.

Destino simile al personaggio della McDormand, ritratto di una donna che dovrebbe apparire come distrutta dal dolore è che invece alla fine appare come una stronza vendicativa anch’essa incapace di relazionarsi con gli altri e di capire i drammi altrui.

Non è dunque un caso se, nel già citato finale, la ritroviamo insieme a Dixon mentre i due stanno (apparentemente) andando a compiere l’ennesimo atto di vendetta violenta e di giustizia sommaria.

Il difetto maggiore di questo film è, però, che gran parte del percorso dei suoi protagonisti non viene raccontato tramite i mezzi propri del cinema ma attraverso un espediente narrativo di bassa lega, ovvero le lettere lasciate da Willoughby.

Si rimane con l’impressione appunto di aver assistito ad uno spettacolo messo in piedi proprio con lo scopo di non scontentare nessuno incapace però sia di qualsiasi analisi approfondita sulla realtà della provincia americana sia di raccontare compiutamente le vicende dei suoi protagonisti.

Sicuramente gli Oscar non mancheranno ma il cinema vero certo non sta qui in questo film che raggiunge una sofferta sufficienza e nulla più e che alla fine non lascerà traccia di sé.


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