L'inganno. Sofia Coppola realizza un film sciatto, svogliato con una sceneggiatura ridotta all'osso che ne inficia la comprensione.

di Emiliano Baglio 09/10/2017 ARTE E SPETTACOLO
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Virginia, 1863. Mentre infuria la guerra civile Alicia (Elle Fanning) ed altre quattro ragazze vivono al sicuro in un colleggio femminile gestito dalla direttrice Miss Martha (Nicole Kidman) e dalla professoressa Edwina (Kirsten Dunst). La loro placida esistenza verrà sconvolta quando una delle ragazze troverà nel bosco il caporale nordista John McBurney (Colin Farrell).

 Per il suo nuovo film Sofia Coppola decide di trarre ispirazione dal romanzo A painted devil di Thomas P. Cullinan già portato sullo schermo nel 1971 da Don Siegel con La notte brava del soldato Jonathan.

Non si tratta però di un remake come ha tenuto a dire la stessa regista e quindi, non conoscendo il libro di Cullinan, cercheremo anche noi di non tener presente il lungometraggio di Siegel.

Fingiamo dunque di arrivare al cinema senza conoscere l’altra trasposizione.

Come nel suo esordio Il giardino delle vergini suicide, la Coppola torna ad occuparsi di un gruppo di donne in uno spazio chiuso che improvvisamente si trovano a dover fare i conti con il mondo esterno anche se stavolta, almeno apparentemente, l’isolamento appare come una scelta dovuta agli orrori della guerra più che un’imposizione.

Il caporale McBurney ricopre dunque il ruolo di elemento perturbante che risveglia l’eros sopito di tutte le donne dell’istituto.

Per rappresentare questo sconvolgimento la regista decide di affidarsi ad una messa in scena estremamente curata ed algida. L’erotismo è perennemente soffocato e trova la sua unica rappresentazione in alcuni scambi di sguardi, in momenti di sospeso imbarazzo ed in oggetti quali la spilla indossata da Edwina.

Per il resto Sofia Coppola si affida ad una recitazione controllata che finisce con l’essere fredda, alla minuzia dei costumi, all’illuminazione naturale e ad una serie di inquadrature in cui le protagoniste sono rappresentate come in un quadro. Peccato che queste inquadrature abbiano tutte un sapore artificioso e che, quando meno te lo aspetti, tanta cura venga vanificata da un braccio che improvvisamente emerge lateralmente distruggendo i vani tentativi della regista.

La stessa volontà si ritrova in una sceneggiatura ridotta all’osso in cui spesso avvenimenti e momenti fondamentali non vengono mostrati. Il risultato è che si passa bruscamente da una scena all’altra senza spiegazioni o che al massimo, snodi narrativi fondamentali, vengano liquidati tramite dialoghi che fanno riferimento a fatti avvenuti di cui lo spettatore è completamente all’oscuro.

L’impressione finale è quella di un film sciatto e banale, scritto con poca cura e senza il minimo approfondimento psicologico così che anche le varie protagoniste del film non hanno nessuna sostanza e neanche la bravura delle attrici salva un film in cui tutti appaiono svogliati.

Sicuramente però siamo noi a non aver capito nulla visto che L’inganno ha vinto il premio per la miglio regia all’ultimo Festival di Cannes.

Consci della nostra incapacità di comprendere le qualità registiche di Sofia Coppola non ci resta che consigliarvi la visione de La notte brava del soldato Jonathan e di non buttare al vento 93 minuti della vostra vita con un film come L’inganno.


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