Alien: Covenant. La Recensione

di Emiliano Baglio 29/05/2017 ARTE E SPETTACOLO
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Chissà cosa si aspettava la critica ed anche il pubblico da Alien: Covenant per bocciare così, quasi all’unanimità, il nuovo capitolo di una delle saghe cinematografiche più longeve e fortunate.

Probabilmente il problema è nel titolo stesso con quell’Alien in primo piano che ha generato attese puntualmente disilluse. Chissà magari tutti si aspettavano un nuovo Alien che ripartisse da zero facendo finta che Prometheus non fosse mai esistito o che fosse un incidente di percorso.

Ed invece, ma guarda un po’ che sorpresa, il nuovo film di Ridley Scott è proprio il sequel di Prometheus che ha sì a che fare con Alien ma in maniera collaterale, quasi per caso o per sbaglio.

 Oggi a Ridley Scott non interessa più raccontarci le vicende di quel mostro che vide la luce nel lontano 1979, le sue ossessioni sono altre così come il suo cinema.

Così il suo nuovo film è un ibrido, come i mostri in esso presente, una pellicola continuamente in bilico che alterna momenti di straordinaria grandezza che da soli valgono il prezzo del biglietto ad altri francamente sconcertanti e banali, senza contare il fatto che il lungometraggio sconta anche il fatto di essere un capitolo centrale, con tutti i limiti del caso compresa l’impressione di fondo che si tratti solo di un episodio ponte tra un prima ed un dopo.

La prima operazione compiuta da Scott consiste nel riappropriarsi di molti degli elementi della saga rifondendoli tra loro. Ecco allora gli inseguimenti sull’astronave ad uso e consumo dei fans, oppure le citazioni da altri capitoli (lo scontro con la gru che ricorda Aliens).

In altri momenti soccombe miseramente alle esigenze del nuovo cinema come nel ridicolo scontro tra i due androidi (David e Walter entrambi impersonati da Michael Fassbender) o negli scontri all’aperto tra l’equipaggio della Covenant e gli alieni che sembrano venire fuori da un qualsiasi capitolo di Jurassis Park.

Altre volte invece si ricorda che quando vuole sa essere un grande regista.

 Ci sono momenti in questa sua ultima fatica che rimangono scolpiti nella memoria, soprattutto nella seconda parte del film.

Tutta la parte in cui i nostri naufraghi dello spazio giungono ai resti della civiltà degli ingegneri è un continuo tripudio di invenzioni e citazioni.

Dalla città cosparsa di cadaveri a metà tra i resti di Pompei e gli orrori delle bombe nucleari, sino all’antro di David, una caverna oscura che è sia antro dello stregone sia laboratorio di Frankenstein.

Sono attimi in cui i nostri occhi vengono abbagliati e rimaniamo stupefatti, così come nelle sequenze della scoperta del nuovo pianeta, così familiare eppure così sinistro nella sua assoluta assenza di suoni e di animali.

A questa ritrovata capacità visiva Scott aggiunge una vena horror ad alto tasso di sangue per lui inedita.

 In Alien: Covenant si muore e si muore male, tra petti squarciati che eruttano sangue, schiene fracassate, osse spezzate e corpi bruciati vivi; perché in fondo quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio horror in cui al posto del maniaco di turno c’è un mostro spaziale.

Le dinamiche per il resto sono le stesse ed allora via con i morti che si affastellano uno dopo l’altro in una macabra conta che non conosce sosta portata avanti a folle velocità con divertito sadismo quasi fossimo in un ottovolante dell’orrore guidato da un compiaciuto regista che si diverte come un pazzo nel suo personale luna park.

Questo lato horror contrasta decisamente con quella che è l’anima vera e più profonda del film e che riguarda le convinzioni personali dell’autore stesso.

 A riassumere il pensiero di Scott provvede il personaggio di Christopher interpretato da Billy Crudrup. Christopher è un credente animato dalla fede che non può concepire che la nostra vita sia frutto del caso o della semplice biologia, ci deve essere qualcos’altro.

Questo è il tema centrale della nuova saga iniziata con Prometheus, da dove veniamo e chi ci abbia dato la vita, tematiche riassunte dal colloquio iniziale tra David ed il suo creatore Peter Weyland (Guy Pearce).

In questo dialogo che apre il film sono contenuti in nuce tutti gli elementi che poi si svilupperanno. Dinnanzi all’osservazione di David che Peter morirà mentre lui è eterno, Peter risponde con un “versami il the” che subito ribadisce la posizione di subalternità dell’androide. Sarà proprio questa la scintilla dell’odio che porterà David a credersi un Dio, capace di dispensare la morte e creare la vita. Ma stiamo correndo rischiando di svelare troppo a chi non abbia visto il film.

Fatto sta che Alien: Covenant è un gioco di scatole cinesi; gli ingegneri hanno creato gli uomini che hanno dato vita a David il quale ora si ritrova padrone di un paradiso perduto e gioca a fare Dio.

Magari la filosofia di Ridley Scott potrà sembrare spicciola, sicuramente ha dato vita ad un nuovo universo molto più intricato di quanto non possa apparire ad un primo sguardo.

Persino gli ingegneri del primo film, che sembravano il fulcro della nuova saga, vengono spazzati via in questo furore ed al centro della nuova saga si erge la figura di David, vero e proprio deus ex machina che crea e distrugge a suo piacimento in un deliro superomistico in cui è meglio essere divinità all’inferno che servi in paradiso.

A ben vedere c’è molto dell’ultimo cinema di Ridley Scott in Alien: Covenant, in fondo stiamo sempre parlando del regista di Exodus ed anche qui i riferimenti biblici non mancano a partire dalla stessa astronave del titolo, novella arca di Noè con a bordo i resti di un umanità in cerca di un nuovo pianeta da colonizzare esattamente come fecero millenni prima gli ingegneri in un circolo vizioso di distruzione continua.

Alla fine, con tutti i suoi difetti, le sue assurde scene di lotta, il suo finale scontato e prevedibile, la sua sceneggiatura apparentemente lineare da horror in cui i morti si accumulano a causa dell’idiozia degli stessi protagonisti, al netto di tutte le deviazioni e le cadute di cui è vittima, alla fine Alien: Covenant è un film molto più profondo, denso e tortuoso di quanto non sembri. Basta avere voglia di scendere sotto la sua superficie respingente ed avere voglia di aspettare con ansia di sapere dove andrà a parare Ridley Scott con le prossime puntate.


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