Festa del cinema di Roma. The confessions of Thomas Quick. Un noir dove verità e realtà si confondono

di Emiliano Baglio 24/10/2015 ARTE E SPETTACOLO
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The confessions of Thomas Quick (Selezione ufficiale)

Regia: Brian Hill

Nel 1993 Sture Bergwall, dal manicomio nel quale è rinchiuso, decide di cambiare il proprio nome in Thomas Quick e confessa di avere ucciso l’undicenne Johan Asplund, scomparso di casa nel 1980. Si tratta solo della prima di una lunga serie di rivelazioni; negli anni successivi infatti l’uomo si autoaccuserà di ben 39 omicidi, gettando luce su alcuni dei casi irrisolti più famosi della Svezia. Viene riconosciuto colpevole di ben 8 di questi ma poi, improvvisamente, nel 2001 si chiude in un totale mutismo, smette di collaborare con il team di psichiatri che lo segue e con la polizia e torna ad essere Bergwall.

Sino a quando nel 2008 il giornalista Hannes Råstam chiede di parlare con lui ed improvvisamente Bergwall ritratta tutto rivelando di aver sempre mentito.

Attraverso filmati d’epoca, sequenze ricostruite con attori ed interviste ai vari protagonisti dell’incredibile vicenda, Brian Hill racconta abilmente uno degli scandali giudiziari più famosi della storia svedese, ponendo una serie di domande.

Viene infatti naturale chiedersi come sia stato possibile che quasi nessuno avesse mai messo in dubbio le parole di Bergwall e come sia stato possibile che quasi tutti abbiano cooperato, più o meno consapevolmente, nel dare credito ad un malato di mente, mitomane e tossico.

Il risultato è un film che analizza le dinamiche che prendono vita all’interno della cosiddetta psicologia dei gruppi ma anche i processi che portano all’autoconvincimento personale e collettivo svelando i retroscena di una messa in scena allucinante e terribile.

Il regista, nel comporre il suo sconvolgente film, rivela un’abilità straordinaria portandoci prima a credere alle rivelazioni di Bergwall per poi svelarci l’inganno collettivo.

Gran parte delle spiegazioni di come ciò sia potuto accadere stanno nel carattere stesso del protagonista principale della storia.

Bergwall è innanzitutto vittima di un’adolescenza traumatica segnata dall’incapacità ad accettare la propria omosessualità.

Questo rifiuto porterà l’uomo in una china discendente fatta di alcool e di una dipendenza totale dagli psicofarmaci.

Ben presto il nostro si rende colpevole di atti criminali, una rapina culminata col sequestro di una famiglia tenuta in ostaggio per ben tre ore, atti di pedofilia ed un tentato omicidio ai danni di un uomo rimorchiato in un locale per gay.

Incredibile ma vero (potenza delle socialdemocrazie nordiche), solo dopo le dodici coltellate inflitte a questa sua ultima vittima, finalmente, Bergwall viene rinchiuso in una struttura psichiatrica.

Si tratta nello specifico di un ospedale all’avanguardia nel quale l’equipe medica è convinta che sia possibile curare i pazienti facendo riemergere in loro i ricordi sepolti dell’infanzia.

È a questo punto che si instaura un circolo vizioso tra paziente e medici che darà vita alle confessioni fasulle di quest’ultimo.

Bergwall sostanzialmente decide di confessare così da diventare importante agli occhi di chi lo ha in cura in modo da poter godere di un trattamento di favore e soprattutto avere libero accesso a tutti gli psicofarmaci che desidera.

Quello che è ancora più sconvolgente è che sono gli stessi medici e la polizia ad alimentare questo processo.

Nel corso del film gradualmente scopriamo come dottori ed investigatori fossero coloro che letteralmente imboccavano Bergwall fornendogli particolari sugli omicidi stessi come emerge chiaramente da alcuni interrogatori che ascoltiamo durante il film.

L’equipe medica ad esempio giustifica i costanti vuoti di memoria e le continue contraddizioni del paziente tramite la sua malattia mentale ed arriva addirittura ad inventarsi un’infanzia traumatica nelle quale il nostro avrebbe assistito all’omicidio di uno dei suoi fratelli, perpetrato dai genitori e culminato con un atto di cannibalismo collettivo.

Ancora peggio fanno i poliziotti, soprattutto l’investigatore che seguirà negli anni tutti i casi.

Trattasi di un membro di basso rango della squadra narcotici senza nessuna esperienza in casi di serial killer. Spinto dalla propria fede cristiana, quest’uomo continuerà per tutto il tempo a fornire indizi al presunto omicida, in perfetta buona fede, credendo di fare del bene e di aiutare Bergwall a guarire dalla sua malattia.

Si tratta di una vicenda assurda, soprattutto perché vedendo le immagini d’epoca, è palese per noi spettatori che Bergwall stesse recitando ed è lo stesso uomo ad ammettere che spesso inventava particolari prendendo spunto da film quali Il silenzio degli innocenti o da libri quali American psycho.

Alcuni episodi sono però talmente incredibili da lasciare attoniti, ad esempio quando i medici portano Bergwall in un bosco in Svezia e gli fanno ricostruire la scena di un crimine avvenuto in Norvegia, della serie incredibile ma vero.

Oggi Bergwallè un uomo libero, dopo 23 anni di manicomio.

La verità sui tanti omicidi da lui confessati non si saprà mai visto che oramai la maggior parte dei casi è caduta in prescrizione.

Le persone che all’epoca alimentarono questa farsa tragica non hanno neanche voluto partecipare al film di Brian Hill, testimonianza preziosa di come sia possibile distorcere la realtà e costruire gigantesche menzogne.

Resta solo questo film solido e ben costruito, tanto interessante quanto sorprendente. Una delle sorprese più piacevoli di questo festival.


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