Catturato dopo una latitanza trentennale Matteo Messina Denaro, l'ultimo padrino di una mafia stragista e sanguinaria.

di redazione 16/01/2023 CULTURA E SOCIETÀ
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 La cattura dell'ultimo superlatitante di Cosa Nostra arriva trent'anni e un giorno dopo l'arresto di Totò Riina da parte dei Ros, gli stessi protagonisti oggi. Riina era rimasto libero e ricercato 24 anni; per 43 era rimasto latitante Bernardo Provenzano, e non è arrivato a compiere trent'anni esatti Matteo Messina Denaro, che era in fuga da metà 1993 assieme al padre, Francesco.

Quest'ultimo morì il 30 novembre del 1998 in latitanza, nelle campagne di Castelvetrano (Trapani) paese di cui entrambi sono originari e Matteo lo fece trovare "conzato", pronto per la sepoltura con l'abito buono. Per anni nella ricorrenza ha fatto pubblicare necrologi sul Giornale di Sicilia, unico segno della sua esistenza in vita, messa in dubbio da più di un collaboratore di giustizia ma su cui gli inquirenti del pool che gli dava la caccia mai avevano concordato o abboccato ai tentativi di far diminuire la pressione.

Di lui si trovarono lettere a Bernardo Provenzano, nel covo di Montagna dei Cavalli: "Qui a Marsala (Trapani, ndr) scriveva stanno arrestando pure le sedie". Motivo per cui si diede alla sommersione, facendo il vuoto attorno a sé e interrompendo qualsiasi collegamento. Intercettazioni e biglietti su di lui sono di anni e anni fa. Non scriveva personalmente ma qualcuno che teneva i contatti per lui doveva pur esserci.

Operato in Spagna all'inizio degli anni Duemila, gli investigatori erano riusciti a ricostruire quale fosse la clinica iberica e a prendere il dna, in loro possesso e oggi potrebbe essere utilizzato come mezzo per riscontrarne l'identità. Decine gli omicidi per cui è stato condannato, fra questi Vincenzo Milazzo e Antonella Bonomo, che era incinta. Per il suo arresto, negli anni, sono stati impegnati centinaia di uomini delle forze dell'ordine, di tutte le forze di polizia. 

Trenta anni fa l’arresto di Totò Riina; nel 2006 quello di Bernardo Provenzano:  colpi mortali inferti a Cosa Nostra. Spira la mafia dei corleonesi, dei boss della mattanza che all’inizio degli anni Ottanta dichiararono guerra ai padrini palermitani – i Bontate, i Badalamenti, gli Inzerillo -; è il trapasso della mafia dei sanguinari che “si presero il capoluogo”, degli stragisti che puntarono a piegare lo Stato con le devastazioni di marca terroristica. Eventi spartiacque. Giù il sipario su “quella” organizzazione criminale decimata dal lavoro titanico, dal successo delle strategie investigative del pool istituito da Rocco Chinnici, poi guidato da Antonino Caponnetto e innervato dalle intuizioni, dal talento, dall’abnegazione - a dir poco fuori dal comune - di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 
Da quel momento i riflettori si accendono su una mafia dalla pelle diversa. Niente più bombe, probabilmente niente più organizzazione verticistica, niente più raffiche di mitra, e baricentro – in virtù della provenienza dell’”ultimo” superlatitante in circolazione – trasferito dal capoluogo al Trapanese. Oggi l’arresto di “Diabolik” Matteo Messina Denaro da Castelvetrano, classe 1962, figlio del boss locale Ciccio.
A 27 anni la prima denuncia per associazione mafiosa quando - riportano i pentiti – volle “armare” la sua Alfa 164 con due mitra. Un episodio non estemporaneo, rivelatore dell’indole di Messina Denaro, da sempre incline al grilletto. A 14 anni, infatti, è in grado di maneggiare un’arma; ad appena 18 compie il primo delitto. “Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero", confida a un amico. 
La sua carriera criminale sembra subito in discesa; il passaggio di grado sul territorio quando il padre, malato, gli consegna le chiavi del mandamento. Alleato dei corleonesi, al pari di Ciccio, è coinvolto nelle stragi del maggio e del luglio '92 che uccisero Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e i rispettivi agenti di scorta. Un ruolo, quello del boss di Castelvetrano, emerso solo quando la Procura di Caltanissetta - che ha riaperto le indagini sugli attentati - ne ha chiesto la custodia cautelare a ottobre del 2020 e lo ha fatto condannare all'ergastolo per i due massacri. 
Secondo gli investigatori sarebbe stato presente al vertice voluto da Totò Riina, nell'ottobre del 1991, in cui fu deciso il piano di morte che aveva come obiettivi i due magistrati. I pentiti confessano inoltre che faceva parte del commando che avrebbe dovuto eliminare Falcone a Roma, tanto da aver preso parte ai pedinamenti e ai sopralluoghi organizzati per l'attentato. Da Palermo, però, arrivò lo stop del “capo dei capi”. E Falcone venne ucciso qualche mese dopo a Capaci.     
Un ruolo importante "Diabolik" lo ha avuto anche nelle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Imputato e processato, è stato condannato all'ergastolo per le bombe piazzate tra Centro e Nord Italia. 
La sua latitanza comincia nel giugno del 1993, a cinque mesi dall’arresto di Riina. In una lettera scritta alla fidanzata dell'epoca, Angela, preannuncia l'inizio della vita da fantasma. "Sentirai parlare di me -  le scrive facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue - mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità".    
Messina Denaro ha collezionato decine di ergastoli. Oltre a quelli per le bombe lontane dalla Sicilia, è stato destinatario del carcere a vita per il sequestro e l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito rapito da un commando di Cosa Nostra, strangolato e sciolto nell'acido nel 1996 dopo quasi due anni di prigionia.
L'ultima condanna per mafia è a 30 anni di reclusione. Il Tribunale di Marsala per la prima volta gli ha riconosciuto la qualifica di capo nel 2012. 
Ed è stato condannato a una serie di ergastoli anche nei processi “Omega” e “Arca” che hanno fatto luce su una serie di omicidi di mafia commessi tra Alcamo, Marsala e Castellammare tra il 1989 e il 1992.  
Dopo l’arresto di Riina e Provenzano, ha guidato – come anticipato – una Cosa Nostra mossa da strategie, condotte, passo nettamente diversi da quella che insanguinò il Palermitano. Era, è l’organizzazione – sempre meno qualificabile come tale - che ha dovuto fare i conti con gli esiti del lavoro di Servitori dello Stato esemplari, dell’aggressione ai patrimoni mafiosi, del riscatto della legalità propiziato anche dalla ribellione – via via crescente – di cittadini sempre più coraggiosi, sempre più intenzionati a non pagare il pizzo, a non abbassare la testa.   



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