Al Maxxi di Roma in mostra le forza incontaminata dell'Amazzonia nelle foto di Salgado

di redazione 02/10/2021 ARTE E SPETTACOLO
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AL MAXXI le immagini dell'Amazzonia di Salgado, visitabile al pubblico fino al 13 febbraio. 

A cura di Lélia Wanick Salgado, compagna di vita e di lavoro del grande fotografo Sebastião Salgado, la mostra, unica tappa italiana di un tour internazionale, è l'appassionato lavoro 'sul campo' svolto in 6 anni dal grande fotografo nella regione amazzonica brasiliana a contatto diretto con la foresta e le comunità indigene locali.

 Al visitatore sarà permesso di approciarsi ad un'Amazzonia potente, paradigma di un mondo ancora magico e incontaminato.

La mostra presenta oltre 200 fotografie, è immensa dunque. E del resto è immenso, incredibile il lavoro che vi sta dietro. È lo stesso Salgado a raccontarlo: «È il frutto di sette anni di vissuto umano e di spedizioni fotografiche compiute via terra, acqua e aria. Sin dal momento della sua ideazione, con Amazônia volevo ricreare un ambiente in cui il visitatore si sentisse avvolto dalla foresta e potesse immergersi sia nella sua vegetazione rigogliosa sia nella quotidianità delle popolazioni native. Queste immagini vogliono essere la testimonianza di ciò che resta di questo patrimonio immenso, che rischia di scomparire. Affinché la vita e la natura possano sottrarsi a ulteriori episodi di distruzione e depredazione, spetta a ogni singolo essere umano del pianeta prendere parte alla sua tutela».

Ogni scatto di Amâzonia è "fotografia", nel significato etimologico del termine: un esempio magistrale di scrittura con la luce. Per questo, i colori – tanto audaci in questa parte di mondo – non sono necessari. Sebastião Salgado racconta l’Amazzonia e le sue genti in bianco e nero. Come sempre e più di sempre. Perché il suo ultimo, colossale lavoro – da oggi in mostra al Museo nazionale delle arti del XXI secolo (Maxxi) di Roma, unica tappa italiana – è un gesto estremo d’amore. «Ci ho messo oltre dieci anni per realizzarlo. Le primissime foto sono addirittura del 1998. Ho deciso di dedicarmici – quando ancora l’Amazzonia non era di "moda", anzi nessuno se ne preoccupava – perché era necessario. Era ed è necessario mostrare questo ecosistema essenziale. E la dignità dei popoli che lo abitano», spiega il fotografo brasiliano, nella capitale per l’inaugurazione dell’esposizione prodotta dal Maxxi in collaborazione con Contrasto e curata da Lélia Wanick, compagna di vita e di lavoro dell’artista.

Nel percorso, scandito dalla traccia sonora di Jean-Michel Jarre ispirata ai suoni autentici della foresta, le fotografie - poste a diverse altezze, presentate in vari formati e organizzate in spazi che ricordano le "ocas", le abitazioni delle tribù indigene - sono le chiavi per aprire le porte di un'Amazzonia che seppur lontanissima è presente quasi "fisicamente", con la vegetazione rigogliosa, gli animali, il Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti, i cosiddetti fiumi aerei creati dagli alberi, le piogge e soprattutto con i suoi 'custodi', le comunità che la rispettano e la proteggono ogni giorno. "Vorrei che tutti si schierassero al nostro fianco per proteggere l'Amazzonia", ha detto Salgado presentando la mostra, per la quale sono state organizzate ben "48 spedizioni, ognuna con gruppi di 10-15 persone per poter arrivare in luoghi mai visitati dagli occidentali, e tutte finanziate solo con la vendita delle mie foto". La Presidente della Fondazione Maxxi Giovanna Melandri ha definito questo progetto internazionale "un manifesto politico" e invitato anche il Governo italiano a fare la propria parte in vista di Cop26 a Glasgow.

Di certo quello per la regione amazzonica è un impegno costante per Salgado e per sua moglie, che gridano l'urgenza di una mobilitazione generale: "La Funai, Fondazione nazionale dell'Indio, e l'Ibam, istituto brasiliano per i beni ambientali, hanno entrambi messo sotto protezione il 25% della regione amazzonica: quindi parliamo di una tutela del 50%, un lavoro fatto negli anni precedenti da scienziati ed esperti, non certo oggi dal governo brasiliano che dorme sugli allori", ha proseguito, "la Funai ora è diretta da un poliziotto, è stata stravolta con l'andata al potere di Bolsonaro, ma presto ci saranno le elezioni e sono certo che questo governo violento e marginale sarà messo alla porta". Non è certo soltanto il paesaggio naturale, seppure maestoso, a rapire lo sguardo nel percorso espositivo: di incredibile intensità sono gli scatti che il grande fotografo brasiliano dedica alla comunità indigena, depositaria di un sapere dal valore incommensurabile. "Abbiamo incontrato appena 12 delle tribù amazzoniche, ma ce ne sono 199. Per ogni spedizione abbiamo ottenuto l'autorizzazione dalla tribù, perché non si può entrare così in profondità nel territorio senza essere autorizzati. Dopo aver spiegato ai membri la finalità del viaggio, la tribù decide il periodo di visita", ha spiegato Salgado, "Gli indios non sono né più furbi né più tonti di noi. Io sbarco di fronte a degli esseri umani, che sono svegli e vivi tanto quanto lo siamo noi. Sono curiosi e molto consapevoli di ciò che facciamo. Le loro comunità sono minacciate ma sono molto organizzate in associazioni di tutela". "In una di queste associazioni lavora mio figlio e con lui ci stiamo impegnando per portare una rappresentanza di indios a Cop26 a Glasgow", ha proseguito, "il governo brasiliano non accredita indios nella sua delegazione. Dei politici si dice di tutto, ma sono essenziali, sta a noi sceglierli in modo serio. Ora siamo in contatto con Alberto di Monaco che deciderà quanti membri accoglierà nel Principato per farli partecipare, e anche con Macron e con il governo spagnolo. Le donne in Amazzonia sono molto attive perché si sono rese conto di essere le vere depositarie della cultura indigena: vogliamo che siano rappresentate anche loro a Glasgow".

La mostra, in cui come ha affermato la curatrice l'obiettivo era "tentare di fare in modo che visitatori si trovassero dentro la foresta e incontrassero gli indios nelle loro case", si vede la passione che, dopo decenni, resta intatta in Salgado, rendendolo una delle figure più autorevoli della fotografia mondiale: "Ho cominciato a 30 anni come fotografo, ora ne ho 78. Nel '74 per il mio primo reportage sulla rivoluzione dei garofani in Portogallo non sapevo come usare il flash. Io e Lélia abbiamo studiato come si usava. Poi siamo finiti copertina su Newsweek, quindi troppo male non è andata", ha raccontato, "ma ci vuole fortuna: la tecnica serve, tuttavia la fotografia è artigianale, ricorda di più la cucina. È una questione di variabili che poi, quando le domini, diventano costanti. Ma per ottenere questo ci vuole cuore".



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